MEMORIA

“Chi ha paura muore ogni giorno,
chi non ha paura muore una volta sola.”.

Paolo Borsellino

PER NON DIMENTICARE

Tener viva la memoria di chi ha sacrificato la propria vita per combattere contro la mafia e affermare i valori della legalità è una delle nostre mission.

Il numero delle persone che negli anni sono state uccise da Cosa nostra è impressionante: sindacalisti, magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri, leader politici e anche semplici cittadini morti per  aver fatto il proprio dovere e per non essersi piegati.

Vogliamo ricordarli in questa pagina in cui riportiamo un lunghissimo elenco che temiamo non esaurisca i nomi di tutte le vittime. 

LE VITTIME DELLA MAFIA

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1861

Giuseppe Montalbano è un medico, fervente mazziniano, e partecipa alla rivoluzione palermitana del 1848. Dopo lo sbarco a Marsala di Giuseppe Garibaldi, si unisce ai Mille, e per questo verrà poi eletto consigliere comunale e poi provinciale. Viene ucciso la sera del 3 marzo 1861 davanti casa sua, a Santa Margherita Belice (Ag), con tre fucilate alle spalle. Montalbano paga così l’aver guidato i contadini che rivendicano tre feudi che dovrebbero essere del Comune, usurpati invece dalla principessa Giovanna Filangieri. Alla sua morte esplode la rabbia popolare e viene preso d’assalto il Circolo dei Civili e messo sotto assedio per 2 giorni il municipio della città. La rivolta viene infine sedata e sull’omicidio Montalbano non si fanno indagini.

 

1863

Giovanni Corrao è un operaio del porto di Palermo, un calafataro, cioè colui che con il catrame rende impermeabili le imbarcazioni di legno. Ma Corrao è soprattutto un antiborbonico. Nel 1860 si unisce ai Mille e nel corso della campagna viene nominato generale dallo stesso Garibaldi. Finita l’impresa dei Mille, Corrao entra a far parte dell’esercito sabaudo con il grado di colonnello, ma nel 1862 lascia tutto per seguire nuovamente Garibaldi nell’impresa della conquista di Roma, fino alla sconfitta sull’Aspromonte. Quando torna a Palermo, viene assassinato dalla mafia il 3 agosto 1863. Il delitto resta impunito, ma negli atti dell’indagine si usa per la prima volta il termine “mafia”.

 

1874

Emanuele Attardi è un bambino quando, l’8 novembre 1874, viene ucciso da un colpo di fucile che lo raggiunge mentre passeggia in compagnia del padre, Gaspare Attardi, il vero obiettivo dell’agguato. Gaspare Attardi è cancelliere della Pretura e ha contribuito a individuare e far arrestare un mafioso.

 

1876

Giuseppe Aguglia è un caporale delle guardie campestri di Bagheria. Viene ucciso il 15 giugno 1876 perché si oppone ai soprusi dei mafiosi locali.

 

1878

Anna Nocera è una ragazza di 17 anni e lavora come domestica in casa degli Amoroso, una famiglia mafiosa. Viene sedotta dal rampollo della famiglia, Leonardo, che quando apprende che Anna è rimasta incinta la uccide e fa sparire il corpo. Il padre di Anna, non avendo più notizie della figlia, affronta Amoroso, che reagisce insultandolo e minacciandolo di morte qualora avesse osato rivolgersi alla giustizia. Cinque anni più tardi, grazie alle dichiarazioni di alcuni mafiosi diventati collaboratori di giustizia, Leonardo Amoroso assieme a un fratello e ad altri mafiosi finisce comunque alla sbarra, accusato di nove omicidi. Tra le vittime, oltre ad Anna Nocera, figura anche un altro fratello degli Amoroso, Gaspare, assassinato perché aveva prestato servizio militare nei carabinieri, contravvenendo al codice mafioso. Leonardo Amoroso viene difeso da due deputati, Valentino Caminneci e Raffaele Palizzolo. Quest’ultimo verrà coinvolto anni dopo nell’omicidio di Emanuele Notarbartolo. Il processo si conclude con nove condanne a morte.

 

1893

Emanuele Notarbartolo, il primo febbraio 1893, sul treno che da Termini Imerese porta a Trabia, viene assassinato con 27 pugnalate da due sicari mafiosi. Pochi giorni dopo avrebbe compiuto 59 anni.
Gli assassini, Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, della cosca mafiosa di Villabate, nonostante qualche tentativo di depistaggio, vengono presto individuati, ma le indagini arrivano ben presto a svelare anche il movente e il mandante dell’omicidio.
Di famiglia aristocratica, il marchese Notarbartolo si avvicina molto giovane alle idee liberali e nel 1860 si unisce alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi partecipando alla battaglia di Milazzo. Tornato alla vita civile, si impegna in politica e tra il 1873 al 1876 diventa sindaco di Palermo (a lui si deve la costruzione del Massimo, uno dei più grandi teatri lirici d’Europa). Ma è proprio nel 1876 che ottiene l’incarico più difficile: direttore generale del Banco di Sicilia. Notarbartolo si impegna a salvare la banca che è sull’orlo del fallimento e combatte gli interessi che avevano portato l’istituto alla rovina e che vedevano un intreccio tra aristocratici, politici e mafiosi. L’opera di risanamento di Notarbartolo diventa ancor più difficile quando il governo Depretris gli affianca due personaggi a lui ostili, tra cui il deputato Raffaele Palizzolo. Quest’ultimo, legato alla mafia da molti anni, si era già scontrato duramente con Notarbartolo che aveva bloccato diverse sue spericolate speculazioni. Alla fine è Notarbartolo a soccombere, e nel 1890 viene destituito da direttore generale del Banco. Due anni più tardi, però, Giovanni Giolitti, divenuto presidente del Consiglio, fa capire che intende intervenire per “rimettere in ordine le cose” al Banco di Sicilia, e immediatamente circola la voce che Notarbartolo potrebbe ritornare alla guida dell’istituto e questo mette in allarme tutti quelli che erano stati danneggiati dalla sua precedente gestione.
È a partire da questo quadro della situazione che i sospetti degli inquirenti si concentrano su Palizzolo come mandante dell’omicidio. Passano sei anni prima che la Camera autorizzi il processo, ma due anni dopo, nel 1901, Palizzolo viene condannato come mandante dell’omicidio a 30 anni di carcere. Sentenza che viene però incredibilmente ribaltata in appello, nel 1905: Palizzolo, probabilmente grazie agli appoggi politici di cui gode, viene assolto per insufficienza di prove dalla Corte d’Assise di Firenze e può quindi tornare a Palermo, dove viene accolto da una folla festante.
Quello di Notarbartolo è considerato il primo “omicidio eccellente” nella storia di Cosa Nostra.

 

1896

Emanuela Sansone, ha diciassette anni quando viene assassinata. Il delitto è compiuto da uomini di Cosa Nostra per ritorsione nei confronti della madre della ragazza, sospettata di averli denunciati per fabbricazione di banconote false. La donna, che gestisce una bettola, collabora attivamente con gli inquirenti nel tentativo di individuare gli assassini della figlia. Non è questo l’ultimo caso che vede una donna infrangere la legge dell’omertà per avere giustizia.

 

1905

Luciano Nicoletti è un bracciante che si mostra tra i più decisi nel grande sciopero del 1893 per l’applicazione dei “Patti di Corleone”: una lotta durissima che vede i lavoratori, esaurite le scorte messe da parte in vista dello sciopero, costretti con le loro famiglie a cibarsi di fichi d’india. I braccianti tuttavia non si arrendono e proseguono lo sciopero, e alla fine sono i padroni terrieri a doversi piegare. Nicoletti è di nuovo alla testa dei lavoratori anche nelle successive lotte per le “affittanze collettive”, apparendo così il maggior pericolo per gli agrari e per i mafiosi che lavoravano per loro. Il 14 ottobre, mentre torna a piedi a Corleone dopo una giornata di lavoro nei campi, viene ucciso con due colpi di lupara. Ha 54 anni.

 

1906

Andrea Orlando è un medico di Corleone. Socialista, è tra i principali sostenitori delle lotte contadine per le “affittanze collettive” e contribuisce alla costituzione della cooperativa “Unione agricola”. Eletto consigliere comunale, Orlando si impegna per la moralizzazione di quella amministrazione, in particolare contrastando l’uso di esonerare dal pagamento delle tasse amici e parenti, a tutto danno delle famiglie più povere. Diventa così un personaggio ingombrante e pericoloso. La sera del 13 gennaio 1906, all’età di 42 anni, viene assassinato con due colpi di lupara a Rianciale, una località vicino a Corleone, dove possiede un appezzamento di terreno.

 

1909

Giuseppe (Joe) Petrosino, nato a Padula, in provincia di Salerno, ed emigrato negli Usa da piccolo con i suoi genitori, da giovane entra nella polizia di New York e diventa ben presto tenente alla guida di una squadra di italo-americani considerati i più adatti a combattere la mafia americana, nota all’epoca col nome di “Mano Nera”. Stimato dal presidente Theodor Roosevelt, riuscì a infliggere molti colpi alla mafia americana, assicurando alla giustizia diversi boss di grosso calibro. Per questi successi diventa molto famoso in tutti gli Stati Uniti.
Intuisce l’esistenza dei forti legami che uniscono la mafia americana con Cosa Nostra siciliana e decide di recarsi in Italia con l’obiettivo di infliggere un colpo mortale all’organizzazione mafiosa. La missione è segreta, ma un’indiscrezione fa sì che sul New York Herald vengono pubblicati tutti i dettagli dell’operazione ancor prima della partenza. Petrosino non demorde e parte comunque, probabilmente contando che anche a Palermo, come negli Usa, la mafia non avrebbe mai osato uccidere un poliziotto. Invece, uscito dall’albergo, l’Hotel de France, per un misterioso incontro nella sottostante piazza Marina, viene assassinato da due sicari con tre colpi di pistola sparati a raffica, più un quarto, alla testa. Sono le 20,45 del 12 marzo 1909. Così muore, a 48 anni, Joe Petrosino. Da notare che sempre quell’anno, prima della sua partenza per la Sicilia, il tenente ha modo di conoscere Raffaele Palizzolo, recatosi a New York per incontrare la comunità italiana. Non si sa cosa si sono detti. Quel che è certo è che Petrosino aveva già fatto arrestare uomini vicini al deputato italiano e che questi subito dopo l’incontro si è affrettato a tornare in Italia.

 

1911

Lorenzo Panepinto, maestro elementare, socialista, fonda nel suo paese, Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento, il Fascio siciliano e dirige il giornale La Plebe. Viene eletto consigliere comunale, sconfiggendo i moderati. La reazione è furibonda, il comune viene commissariato, ma questo non impedisce che la lista progressista vinca anche le nuove elezioni. E il governo del marchese di Rudinì commissaria una seconda volta il Comune. Panepinto si dimette per protesta.All’inizio del secolo collabora con Bernardino Verro, di Corleone, e Nicola Alongi, di Prizzi, per la realizzazione di cooperative agricole e di Casse agrarie per emarginare i gabelloti dei feudi. Nel 1907 si trasferisce in America, ma appena un anno dopo torna nel suo paese. Il 16 maggio 1911, all’età di 46 anni, viene assassinato davanti alla porta di casa con due colpi di fucile al petto.

 

1914

Mariano Barbato è un attivista socialista, braccio destro nonché cugino di Mariano Barbato, uno dei più importanti dirigenti socialisti siciliani. Nel 1882 viene arrestato per “istigazione all’ammutinamento dal lavoro durante uno sciopero contadino”. Altri processi li subisce nel 1894 e nel 1898. Nel 1914 si impegna nella campagna elettorale per il comune di Piana degli Albanesi. Ma il 20 maggio viene assassinato mentre è intento a costruire un muro in un terreno fuori paese. Con lui viene ucciso anche il cognato, Giorgio Pecoraro. Nicola Barbato non ha dubbi sui responsabili del duplice delitto e accusa il sindaco, Paolo Sirchia, e due assessori comunali di aver istigato i mafiosi a uccidere Mariano Barbato nella speranza di impedire la vittoria elettorale dei socialisti. L’inchiesta viene archiviata. Alle elezioni, comunque, i socialisti conquistano il comune.

 

1915

Bernardino Verro a 26 anni, nel 1892, fonda nella sua Corleone uno dei primi Fasci siciliani e ne diventa presidente. Si reca anche nei paesi vicini, girando a dorso di un mulo, per fondare altri Fasci, e così spiega ai contadini l’importanza di darsi un’organizzazione per contrastare gli agrari: “Se voi prendete una verga sola la spezzate facilmente, se ne prendete due le spezzate con maggiore difficoltà. Ma se fate un fascio di verghe è impossibile spezzarle. Così, se il lavoratore è solo può essere piegato dal padrone, se invece si unisce in un fascio, in un’organizzazione, diventa invincibile”. Nel 1910, tiene un comizio in piazza e attacca così il sindaco, gli assessori comunali e la mafia: “Siete riusciti a rendere Corleone il più disgraziato dei comuni della Sicilia, lasciandogli solo il triste vanto di essere la sede della Cassazione della mafia siciliana”. Solo sei giorni dopo, mentre è seduto nella farmacia del paese, gli vengono sparati contro due fucilate, che però lo feriscono soltanto. Passano quattro anni e i socialisti vincono le elezioni comunali e Verro diventa sindaco di Corleone. Non era mai accaduto prima, e per la mafia e gli agrari è un fatto intollerabile. Nel primo pomeriggio del 3 novembre 1915, Bernardino Verro, uscito dal municipio, si sta dirigendo a casa; ha appena licenziato i due vigili urbani che lo scortano, quando viene colpito da numerosi colpi di pistola (undici, di cui quattro sparatigli a bruciapelo al capo), che lo uccidono a 49 anni.

 

1916

Don Giorgio Gennaro è un sacerdote che ha l’ardire di denunciare pubblicamente le ingerenze mafiose nell’amministrazione delle rendite ecclesiastiche. Ciò gli basta per essere condannato a morte da due importantissimi boss mafiosi di Ciaculli: Salvatore e Giuseppe Greco. Viene assassinato a Ciaculli, alle porte di Palermo, all’età di 50 anni.

 

1919

Giovanni Zangara, socialista, di mestiere cordaro, diventa consigliere comunale e assessore di Corleone con il sindaco Bernardino Verro. Rimane assessore anche dopo l’uccisione di Verro. Viene assassinato il 29 gennaio 1919, all’età di 42 anni, da tre sicari su ordine del capomafia di Corleone, Michelangelo Gennaro. Il pretesto è il rifiuto opposto da Zangara a dare ai mafiosi il petrolio destinato a essere distribuito gratuitamente ai poveri. L’obiettivo è comunque quello di impedire che i socialisti restino alla guida far cessare la gestione socialista del Comune.

Don Costantino Stella, arciprete, parroco di Resuttano, in provincia di Caltanissetta, impegnato in diverse attività e per il miglioramento delle condizioni delle campagne e degli abitanti della zona e fondatore della Cassa rurale e artigiana, viene accoltellato sulla porta di casa il 22 settembre 1919. Muore, a 46 anni, dopo un’agonia di diciotto giorni.

Giuseppe Rumore, di Prizzi, in provincia di Palermo, partecipa alle rivolte nelle campagne dei primi anni del 1900 fino a diventare segretario della Lega dei contadini, collaborando con il collega Nicola Alongi. Organizza l’occupazione dei latifondi durante uno sciopero, indetto insieme ad Alongi il 31 agosto del 1919, conosciuto ancor oggi come lo sciopero delle campagne prizzesi. Gira quindi a fare comizi nei comuni della zona, suscitando la reazione dei latifondisti e dei mafiosi. La notte del 22 settembre 1919, Giuseppe Rumore, all’età di 25 anni, viene ucciso sotto casa con due colpi di fucile.

Giuseppe Monticciolo, socialista, presidente della Lega per il miglioramento agricolo a difesa dei contadini contro agrari e mafiosi. Viene ucciso a Trapani, all’età di 42 anni, il 27 ottobre 1919.

Alfonso Canzio, di Barrafranca, in provincia di Enna, fonda nel suo paese la Lega di Miglioramento dei Contadini, e diventa il leader dei socialisti locali. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Canzio guida le lotte contadine riuscendo a conquistare contratti favorevoli ai lavoratori. Questo lo espone agli occhi dei latifondisti e dei mafiosi, e anche lui resta vittima dell’ondata di omicidi che in quei mesi semina tanti morti tra i sindacalisti siciliani. Gli viene così teso un agguato davanti casa: gli sparano, ferendolo gravemente, con pallettoni unti nell’aglio che gli provocano la cancrena. Muore il 13 dicembre 1919 a 47 anni.

 

1920

Nicolò Alongi, di Prizzi, in provincia di Palermo, a trent’anni entra nel movimento dei Fasci siciliani facendo sue le idee di Bernerdino Verro. Lo sciopero contadino che si protrae dall’agosto al dicembre del 1901 lo consacra dirigente sindacale. A Prizzi si tiene il congresso delle Leghe socialiste e Alongi viene nominato presidente della Lega prizzese che vanta duecento militanti socialisti. Alongi si batte per la conquista della proprietà delle terre da parte dei contadini poveri e, andando oltre le posizioni di Verro, lavora per l’alleanza tra operai e contadini. Nel ’19, con il Decreto Visocchi si ottengono affitti delle terre convenienti per le cooperative di contadini, esautorando i gabelloti, per arrivare successivamente all’assegnazione delle terre incolte. Conquiste a cui la mafia risponde con una serie di omicidi di sindacalisti. Il turno di Alongi arriva la sera del 29 febbraio 1920: mentre stava andando alla sede della Lega di Prizzi per partecipare ad una riunione, Alongi viene colpito da tre fucilate e muore. Ha 57 anni.

Paolo Li Puma e Croce Di Gangi, contadini di Petralia Soprana, in provincia di Palermo, entrambi militanti socialisti, vengono uccisi mentre tornano a casa dopo una riunione della Lega Contadina.

Paolo Mirmina, contadino di Noto, in provincia di Siracusa. Di lui si sa poco, tranne che si tratta della figura di un sindacalista molto attivo nelle lotte per la terra. Pochi altri dettagli sono rintracciabili: di figura minuta, Mirmina si distingue per il fatto che sa leggere e scrivere, una vera rarità tra i braccianti dell’epoca. Viene assassinato il 3 ottobre 1920. Solo recentemente è stata individuata la sua tomba nel cimitero di Noto e gli è stata dedicata una piazza.

Giovanni Orcel, tipografo palermitano, si iscrive giovanissimo al Psi, organizza la Lega dei lavoratori e aderisce al gruppo rivoluzionario formatosi intorno ai giornali Il Germe e La Fiaccola. Nello scontro interno al partito socialista tra riformisti e rivoluzionari, Orcel si schiera con i secondi, guidati da Nicola Barbato e Nicola Alongi. Finita la Grande Guerra, nel 1919 viene eletto segretario della Fiom e si impegna nella lotta al carovita, per le otto ore di lavoro, per gli aumenti salariali, per il riconoscimento del ruolo del sindacato e per la costituzione di commissioni interne. Intanto parte la violenta controffensiva degli agrari e dei mafiosi con l’uccisione di diversi sindacalisti, mentre l’8 ottobre le forze dell’ordine di Riesi uccidono undici contadini che protestavano per la riforma agraria. Nel 1920 Orcel si impegna con Nicolò Alongi per una collaborazione nelle lotte tra operai e contadini e a Palermo si arriva all’occupazione dei cantieri navali e delle fabbriche annesse. E questo è probabilmente il fattore che fa decidere alla mafia di eliminarlo. Il 14 ottobre, Orcel viene assassinato all’età di 33 anni da un sicario agli ordini del capo-mandamento di Prizzi, Sisì Gristina.

Don Stefano Caronia è un arciprete, uno di quelli che vengono definiti “preti sociali”, sulla base dell’insegnamento di Papa Leone XIII, e diventa esponente di punta del Partito Popolare di Don Sturzo. Si schiera nella lotta contro le usurpazioni di stampo feudale e chiede a Roma l’esproprio dei feudi della zona di Gibellina (Trapani) in favore della Cooperativa Agricola. Il pomeriggio del 17 novembre 1920, a 44 anni, viene assassinato con tre colpi di pistola nel pieno centro di Gibellina, vicino alla Cooperativa di Consumo che aveva contribuito a far crescere.

 

1921

Giuseppe Compagna, contadino, consigliere comunale socialista di Vittoria, in provincia di Ragusa, viene ucciso il 29 gennaio del ’21 nel corso di un raid di nazionalisti, fascisti e mafiosi locali che irrompono nella sede del circolo socialista sparando all’impazzata.

Pietro Ponzo, contadino, presidente della Cooperativa agricola di Salemi, dedica la sua vita alle lotte contadine dai tempi dei Fasci fino alle occupazioni delle terre del biennio 1919-1920. Viene assassinato a Salemi, all’età di 70 anni, il 19 febbraio del 1921. I sicari sono individuati e condannati, mentre restano ignoti i nomi dei mandanti.

Vito Stassi, dirigente socialista e presidente della Lega dei contadini di Piana degli Albanesi, che viene indicata come “Piana la Rossa”. La sera del 28 aprile 1921 cade in un’imboscata tesagli da tre mafiosi che gli sparano uccidendolo all’età di 45 anni.

Giuseppe Cassarà e Vito Cassarà sono due dirigenti socialisti di Piana degli Abanesi, assassinati dalla criminalità locale il 5 maggio 1921.

 

1922

Domenico, Mario e Pietro Paolo Spatola. Domenico è il fratello, Mario e Pietro Paola i figli di Giacomo Spatola, dirigente socialista e presidente della Società Agricola Cooperativa, impegnato nelle lotte contadine fin dai tempi dei Fasci. Vengono uccisi dai mafiosi il 16 gennaio del 1922 a Paceco, in provincia di Trapani.

Sebastiano Bonfiglio, sindacalista e politico socialista, sindaco di Erice, allora Monte San Giuliano (TP) per quasi due anni, fino al suo omicidio, avvenuto per mano mafiosa, nel contesto dell’opposizione delle organizzazioni criminali alle lotte contadine ed all’espansione del socialismo. Bonfiglio viene ucciso il 10 giugno del 1922 mentre sta tornando a casa dopo una riunione della Giunta municipale.

Antonio Scuderi, contadino e consigliere comunale socialista, viene assassinato il 16 febbraio del 1922, poco dopo la sua elezione a segretario della cooperativa agricola di Paceco, in provincia di Trapani. Per la sua attività a difesa dei contadini viene condannato a morte e ucciso mentre in bicicletta sta rientrando a Dattilo. Il suo omicidio resta impunito e non vengono fatte neanche vere e proprie indagini.

Antonio Ciolino è l’ultimo dirigente delle lotte contadine ad essere ucciso dalla mafia di Piana degli Albanesi. Per il suo omicidio non viene individuato nessun colpevole.

 

1944

Santi Milissena, segretario della federazione del Pci di Enna, viene ucciso il 27 maggio nel corso di tumulti legati ad un raduno di separatisti a Regalbuto. In quel periodo, socialisti e comunisti vengono visti come i nemici da battere, mentre i mafiosi come potenziali alleati. Sull’uccisione di Milissena non vengono fatte vere e proprie indagini.

Andrea Raia, militante comunista, si batte per i diritti dei contadini e si oppone pubblicamente allo strapotere mafioso. Viene assassinato il 6 agosto ’44 a Casteldaccia, in provincia di Palermo.

 

1945

Calogero Comaianni, guardia giurata, responsabile dell’arresto del boss Luciano Liggio e per questo assassinato a Corleone il 28 marzo ’45.

Nunzio Passafiume, sindacalista delle Cgil, è noto per la sua capacità di illustrare così bene le sue idee da essere ascoltato e seguito non solo dai contadini nella occupazione delle terre incolte, ma anche da molti giovani e professionisti. Viene ucciso da sicari mafiosi il 7 giugno ’45 a Trabia, in provincia di Palermo, e la sua morte resterà impunita.

Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri, partecipa alle operazioni di repressione del banditismo. Viene ucciso a San Giuseppe Jato il 20 giugno ’45, all’età di 46 anni, da due uomini della banda Giuliano come ritorsione per la morte di un comandante dell’Evis, l’ala militare del movimento indipendentista siciliano, nel corso di un conflitto a fuoco vicino a Randazzo.

Calcedonio Catalano è un ragazzino di 13 anni che, il 18 agosto ’45, viene ucciso da dei banditi mentre passa per la contrada di San Filippo di Roccapalumba (PA) e si trova in mezzo a un conflitto a fuoco con i carabinieri. I banditi sospettano che il ragazzo sia una spia e non esitano a ucciderlo.

Agostino D’Alessandro di mestiere è guardiano dei pozzi ed è segretario della Camera del Lavoro di Ficarazzi (PA). Conduce una battaglia contro il controllo mafioso sulla gestione dell’acqua per l’irrigazione degli agrumeti. Subisce intimidazioni, ma non cede. Viene quindi assassinato l’11 settembre del ’45.

Calogero Cicero e Fedele De Francisca, entrambi carabinieri, vengono uccisi il 14 settembre ’45, a Favara, in provincia di Agrigento, durante un conflitto a fuoco con alcuni banditi di Palma di Montechiaro.

Michele Di Miceli, Rosario Pagano e Mario Paoletti, carabinieri, vengono uccisi in contrada Apa a Niscemi (CL) nel corso di un agguato. Questo è stato ordito da una banda criminale operante a Niscemi dal 1943 ed inizialmente alleata del Movimento Separatista Siciliano, salvo poi esserne ripudiata per l’efferatezza dei propri crimini. L’attentato del 16 ottobre 1945, con fucili e bombe a mano, è uno dei più sanguinosi.

Giuseppe Scalia, sindacalista socialista, tra i fondatori della cooperativa La Proletaria, dopo la guerra, con altri contadini, è alla guida del movimento bracciantile. Il suo impegno non diminuisce neanche dopo essere stato minacciato e per il suo atteggiamento deciso e coraggioso viene eletto segretario della Camera del Lavoro locale. Il 18 novembre 1945 resta vittima, con il vice-sindaco socialista Aurelio Bentivegna, di un attentato a bombe a mano da parte di un gruppo di sicari mafiosi. Muore una settimana dopo in seguito alle ferite riportate.

Giorgio Comparetto, contadino, viene ucciso a Caccamo (Pa) il 5 novembre del 1945 mentre è sulla mula insieme al figlioletto di 5 anni. Per il suo omicidio, grazie alla collaborazione di un testimone, finisce sul banco degli imputati Salvatore La Corte, poi condannato all’ergastolo nel 1969, che si difende sostenendo di aver ucciso il contadino dopo averlo sorpreso a rubare del frumento. In realtà questi sono gli anni delle lotte per la terra e la mafia ha tempo deciso di fermare i contadini.

Giuseppe Puntarello, conducente di autobus sulla linea Ventimiglia di Sicilia – Palermo. È anche dirigente della Camera del lavoro di Ventimiglia e si impegna nelle lotte contadine. Viene ucciso a colpi di lupara la mattina del 4 dicembre ’45 mentre si reca all’autorimessa per il suo lavoro.

 

1946

Vitangelo Cinquepalmi, Vittorio Epifani, Imerio Piccini e Angelo Lombardi, militari, rimangono uccisi in contrada Donnastura- San Cataldo di Terrasini (PA) nel corso di uno scontro a fuoco con uomini della banda Giuliano che avevano teso un agguato ad un automezzo delle forze armate. L’attentato rientra nel quadro di tensione del secondo dopoguerra, in cui la mafia fa accordi con il banditismo, ed in particolare con la banda Giuliano, per difendere i propri interessi agrari.

Vincenzo Ameduni, Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria, Mario Boscone, Mario Spanpinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Tutti carabinieri della caserma “Feudo Nobile” di Gela. Ameduni, Levico, Greco, Loria e Boscone, mentre sono di pattuglia, vengono assaliti e sequestrati da alcuni briganti ben armati legati alle bande criminali della zona di Niscemi (CL), che nel frattempo attaccano la caserma di Gela, riuscendo a sopraffare, dopo un violento scontro a fuoco, i carabinieri Spampinato, Bonfiglio e La Brocca. Tutti e otto i militari vengono nascosti per utilizzarli come ostaggi nelle trattative in corso tra i banditi e lo Stato. Quando appare chiaro che nessun bandito incarcerato sarà rilasciato in cambio degli otto carabinieri, i banditi conducono gli ostaggi in una cava e, dopo averli denudati, li uccidono a colpi di fucile e moschetto.

Masina Perricone Spinelli, di 33 anni, sposata da poco, rimane uccisa per sbaglio il 7 marzo del 1946 nel corso di un agguato al candidato sindaco di Burgio Antonio Guarisco, che invece si salva, riportando solo una ferita al braccio. Guarisco continuerà la sua campagna elettorale e verrà eletto sindaco.

Gaetano Guarino si impegna nelle lotte contro i grandi proprietari terrieri che sfruttano i contadini e per l’applicazione delle leggi Gullo-Segni per l’attribuzione delle terre incolte dei latifondi alle cooperative agricole e fonda una cooperativa, attirandosi le inimicizie degli agrari. Il 10 marzo 1946 viene eletto sindaco di Favara (AG) con il 59% dei voti, sostenuto da socialisti, comunisti e Partito d’Azione. Ma la sua politica e le sue prese di posizione non sono gradite alla mafia dei latifondi e, appena 65 giorni dopo l’investitura, il 10 marzo ’46, viene ucciso con un colpo di lupara alla nuca.

Francesco Sassano è un carabiniere convito di essere in grado di far arrestare il capo bandito Giuliano e lo dice pubblicamente. Durante una licenza a Pioppo (PA), il 25 marzo del ’46, tre uomini armati di mitra fanno irruzione in casa sua e, sotto gli occhi delle sorelle Anna e Francesca, lo trascinarono fuori di casa e lo uccidono, lasciando sul corpo un foglio su cui si leggeva: “Questa è la fine delle spie. Giuliano”.

Pino Camilleri è un socialista, a capo delle lotte contadine nell’area tra le province di Agrigento e di Caltanissetta, e sindaco di Naro (AG). Viene ucciso il 28 giugno ’46 da sicari mafiosi con un colpo di lupara all’età di soli 27 anni, mentre da Riesi (CL) si sta recando al feudo di Deliella, teatro di una contesa particolarmente aspra tra agrari e contadini.

Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione sono due contadini, impegnati nelle lotte per le terre del secondo dopoguerra in Sicilia. Il 22 settembre 1946, in casa del segretario della Camera del Lavoro di Alia (PA) si tiene una riunione per discutere della possibile attribuzione dei feudi “Raciura” e “Vacco” a cooperative contadine, in seguito ai decreti Gullo sull’attribuzione delle terre incolte ai contadini. Delle bombe a mano vengono lanciate nella stanza, seguite da colpi di lupara. Castiglione e Scaccia rimangono uccisi, mentre altri 13 restano feriti. La riunione era stata convocata per organizzare l’occupazione di feudi gestiti dai gabelloti mafiosi.

Giuseppe Biondo è un mezzadro iscritto alla Federterra e impegnato nella lotta per l’applicazione della legge che prevede la divisione del prodotto al 60% per il mezzadro e 40% per il proprietario. Sfrattato abusivamente dal proprietario del terreno, Biondo torna a lavorarvi. Viene assassinato a Santa Ninfa (TP) il 22 ottobre del ‘46.

Vincenzo, Giuseppe e Giovanni Santangelo, fratelli, fanno parte di una cooperativa di contadini in attesa dell’assegnazione di un feudo. Vengono assassinati con un colpo alla nuca da ben tredici banditi su ordine degli agrari a Belmonte Mezzagno (PA) il 2 novembre 1946. Lo scopo del massacro è intimidire tutti gli altri contadini e porre così fine alle rivendicazioni nella zona.

Giovanni Severino, contadino, segretario della Camera del Lavoro di Jappolo Giancaxio (AG), viene assassinato a colpi di lupara il 25 novembre 1946. Il delitto resterà impunito.

Filippo Forno e Giuseppe Pullara. Forno è un contadino e sindacalista di Comitini (AG), Pullara un bracciante. Il giorno in cui cadono in un agguato, uccisi a colpi d’arma da fuoco, 29 novembre ’46, stanno tornando dalla vicina Aragona, dove Forno, accompagnato da Pullara, aveva avuto un incontro con un gruppo di contadini.

Nicolò Azoti, di mestiere ebanista, ma anche musicista per passione, è segretario della Camera del Lavoro di Baucina. Fonda l’ufficio di collocamento, progetta la fondazione di una cooperativa agricola e lotta per l’applicazione della legge sulla mezzadria che prevede che il 60% spettasse al contadino e solo il 40% al proprietario della terra. Prima viene lusingato con promesse dai mafiosi, poi minacciato, infine, il 23 dicembre del ’46, ucciso. Azoti, raggiunto da cinque colpi di pistola sparati alle spalle, fa in tempo a dire alla moglie, che si è precipitata a soccorrerlo, il nome dell’uomo che gli ha sparato: un certo Varisco, detto l’avvocato, noto mafioso gabelloto che controlla il vicino Feudo Traversa dei Di Salvo. Azoti muore dopo due giorni di agonia all’Ospedale Civico di Palermo. Nonostante la testimonianza della moglie ai carabinieri, per la sua morte non viene istruito nemmeno un processo: l’inchiesta viene archiviata in istruttoria, dopo che Varisco, resosi irreperibile, si presenta ai Carabinieri con un falso alibi di ferro.

 

1947

Accursio Miraglia è dirigente del Pci e fondatore della prima Camera del Lavoro in Sicilia. Impegnato nella difesa dei diritti dei contadini, diventa anche presidente del locale ospedale, proprietario di una piccola industria ittica, rappresentante e commerciante di ferro e metalli, e amministratore del teatro “Rossi” di Sciacca. Conscio di essere esposto, ogni sera Miraglia viene scortato fino a casa da due compagni. La sera del 4 gennaio del ’47, però, si separa da chi lo scorta una trentina di metri prima di giungere a casa, e quel piccolo tratto percorso in solitudine gli è fatale. Davanti alla sua casa lo attendono i sicari che lo uccidono con una raffica di mitra. Prima di spirare, Miraglia fa in tempo La storia di Miraglia ha ispirato Leonardo Sciascia per il suo romanzo “Il giorno della civetta”.

Pietro Macchiarella è un dirigente sindacale e militante del Partito Comunista, molto attivo nelle lotte contadine in Sicilia. Ha 41 anni quando viene ucciso a colpi di lupara a Ficarazzi (PA) il 17 gennaio 1947. Si fa subito il nome, ripreso anche dai giornali, di un noto mafioso del posto, Paolo Niosi, come mandante dell’omicidio, ma non si riesce neppure ad aprire un processo a suo carico. Lo stesso giorno, a Palermo, un gruppo di fuoco capeggiato dal boss del rione Acquasanta, Nicola D’Alessandro, spara contro gli operai che protestano per la presenza della mafia nei cantieri navali e chiedono l’allontanamento del direttore della mensa, Emilio Ducci, perché sostenuto dalle cosche. Due operai vengono feriti: Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo.

Vincenzo Sansone, sindacalista, militante comunista e insegnante di lettere, il 13 febbraio ’47, a Villabate, in provincia di Palermo, viene ucciso a colpi di lupara da mafiosi per il suo impegno nella lotta per la riforma agraria e il tentativo di fondare una cooperativa agricola.

Portella della Ginestra. Primo maggio 1947, a Portella della Ginestra si radunano circa duemila contadini per la festa del lavoro. Vengono da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, per il raduno ideato 60 anni prima dal socialista Nicola Barbato. Dalla collina che sovrasta la piana, improvvisamente i banditi di Salvatore Giuliano cominciano a sparare con mitragliatrici sulla folla. Il bilancio è pesantissimo: undici morti, ventisette feriti, alcuni dei quali deceduti nei giorni seguenti. Tra le vittime anche tre bambini e una donna incinta. Questi i nomi delle vittime: Vito Allotta, Emanuele Busellini, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Castrenze Intravaia, Giuseppe Di Maggio, Filippo Di Salvo, Giovanni Grifò, Vincenza La Fata, Vincenzo La Rocca, Serafino Lascari, Giovanni Megna, Vincenza Spina, Francesco Vicari.Michelangelo Salvia, contadino, dirigente comunista della Camera del lavoro di Partinico, in provincia di Palermo. Viene assassinato dalla mafia l’8 maggio 1947, una settimana dopo la strage di Portella della Ginestra. Salvia, nonostante le umili origini, era molto apprezzato dai contadini per le sue capacità oratorie e organizzative. Forse è proprio per questa sua capacità di parlare in pubblico, e di farlo senza peli sulla lingua, che i sicari mafiosi lo uccisero sparandogli un colpo di lupara in bocca.

Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono muoiono il 22 giugno 1947 in un attentato alla sede del Partito Comunista di Partinico (PA) rivendicato dalla banda Giuliano, che in un volantino lasciato sul luogo del delitto incita i siciliani a combattere “contro la canea dei rossi” e annuncia la costituzione di un nucleo di lotta al bolscevismo, promettendo aiuti finanziari a chi si presenterà al quartiere generale per la formazione militare presso il feudo di Sagana.

Giuseppe Maniaci, segretario della Federterra di Terrasini (PA) e dirigente del Pci, viene ucciso a colpi di mitra davanti casa a 38 anni, lasciando la moglie e l figlioletto di due anni. Era diventato comunista in carcere, detenuto per reati comuni, dove aveva conosciuto due importanti dirigenti del Pci: Mauro Scoccimarro e Umberto Terracini. I tre mafiosi sospettati del delitto no vengono neanche denunciati, e la Corte di Appello di Palermo dichiarò, neanche sei mesi dopo il delitto, di “non doversi procedere perché ignoti gli autori del delitto”.

Calogero Caiola, piccolo proprietario terriero di San Giuseppe Jato, sembra che il primo maggio del ’47, il giorno della strage di Portella della Ginestra, avesse riconosciuto dei suoi compaesani che stavano tornando a casa armati di lupara e mitragliatrice. Certo è che sarebbe dovuto andare come testimone al processo per la strage, ma viene ucciso prima, a 29 anni.

Vito Pipitone, segretario della Camera del Lavoro di Marsala, 39 anni, padre di quattro figli, è un convinto sostenitore della possibilità di applicare anche in Sicilia la nuova legge in materia di agricoltura varata dal ministro Fausto Gullo. Da tempo si batte perché ai contadini vengano riconosciuti il diritto a un salario equo, alla giornata lavorativa di otto ore e alla pensione. Viene ucciso dalla mafia a colpi di fucile l’8 novembre 1947.

Luigi Geronazzo, tenente colonnello dei carabinieri, a capo di un battaglione dell’Arma impegnato nella lotta contro una banda che semina il terrore nel palermitano. Il 29 novembre ’47, di notte, mentre si reca alla sede del Comando a Partinico (PA), cade in un agguato e muore sotto i colpi di arma da fuoco mentre tenta di difendersi con la pistola. Del suo omicidio (e di molti altri) si autoaccuseranno i banditi Antonio Guarino e Antonino De Lisi.

 

1948

Epifanio Li Puma, contadino, è un socialista riformista. Antifascista nel Ventennio, subito dopo la guerra si impegna a organizzare i contadini del borgo in cui vive, Raffo, sulle Madonie, per l’applicazione di quanto previsto dal decreto del ministro Gullo. Ben presto la sua azione si estende ai paesi vicini e riesce a fondare la cooperativa “Madre Terra” che conta circa 500 contadini, i quali si rifiutano di lavorare la terra dei latifondisti fino a quando non saranno applicate le norme del decreto Gullo. Li Puma è mezzadro nel feudo del marchese Pottino, che prima cerca di intimidire il suo dipendente, poi lo sfratta. Ma Li Puma prosegue nella sua azione e il 2 marzo del ’48, mentre è intento ad arare un terreno del cognato in compagnia di due suoi figli, di 19 e 13 anni, viene avvicinato da due uomini a cavallo che lo uccidono sparandogli a bruciapelo. Anche in questo caso, le indagini vengono presto archiviate.

Placido Rizzotto è stato partigiano delle Brigate Garibaldi in Friuli, dove era stato sorpreso dall’8 settembre mentre faceva servizio militare sui monti della Carnia con il grado di caporale. Tornato in Sicilia, nella sua Corleone, alla fine della guerra, diviene ben presto dirigente di spicco del Psi e della Cgil e viene eletto segretario della Camera del Lavoro.
Si impegna particolarmente nell’organizzare l’occupazione delle terre incolte. Per questa sua attività, viene rapito e assassinato la sera del 10 marzo ’48, all’età di 34 anni, mentre si sta recando a incontrare alcuni compagni di partito, da un manipolo di mafiosi, tra i quali il futuro boss Luciano Liggio. Un pastorello di 12 anni, Giuseppe Letizia, vede di nascosto la scena dell’omicidio. Scoperto, i sicari lo portano dal capomafia di Corleone, il medico Michele Navarra, che lo uccide con una iniezione letale. Il corpo di Rizzotto non si trova perché gettato in una foiba vicino a Corleone. Le indagini vengono affidate a Carlo Alberto dalla Chiesa, in quest’epoca capitano dei carabinieri a Corleone, che riesce a individuare e arrestare due dei killer di Rizzotto, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che ammettono di aver partecipato all’omicidio e indicano in Luciano Liggio il terzo componente del commando mafioso. Liggio si dà alla latitanza, mentre Criscione e Collura ritrattano durante il processo, che si conclude con una assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove. 60 anni dopo, il 7 luglio 2009, gli speleologi dei Vigili del Fuoco riescono a trovare dentro la foiba e a recuperare i resti di Placido Rizzotto. Tre anni più tardi, il Consiglio dei Ministri decide di onorare Placido Rizzotto con funerali di Stato, che si svolgono a Corleone il 24 maggio 2012 alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Calogero Cangelosi è il segretario della Camera del Lavoro di Camporeale (PA), e anche lui si batte per l’applicazione dei decreti Gullo che impongono una diversa divisione dei prodotti tra proprietari terrieri e mezzadri. Sposato con quattro figli, 42 anni, Cangelosi è conscio del pericolo a cui è esposto: già altri 35 sindacalisti sono stati assassinati dalla mafia da quando è finita la guerra. Per questo, anche la sera dell’1 aprile ’48 rientra a casa scortato da quattro compagni della Cgil. Lungo il tragitto, il gruppo di sindacalisti è investito da una raffica di mitragliatrice. Cangelosi, colpito alla testa, muore all’istante, mentre due dei suoi accompagnatori restano gravemente feriti. I militanti della Cgil non esitano a indicare nel proprietario terriero Serafino Sciortino il mandante dell’agguato mortale e nel capomafia Vanni Sacco e nei suoi picciotti gli esecutori. Le indagini procedono però “contro ignoti”, che tali resteranno per sempre.

Marcantonio e Antonio Giacalone, padre e figlio, possidenti di Partinico, in provincia di Palermo. Vengono entrambi assassinati dalla Banda Giuliano per essersi rifiutati di pagare il “pizzo”.

Celestino Zapponi, Nicola Messina e Antonio Di Salvo, Celestino Zapponi è un commissario di Polizia, Nicola Messina un maresciallo dei Carabinieri e Antonio Di Salvo capitano dei Carabinieri. Vengono uccisi il 3 settembre ’48 a Partinico (PA) in un agguato con raffiche di mitra e bombe a mano. Delitto imputato immediatamente agli uomini della banda Giuliano.
Giovanni Tasquier partecipa ad un pattugliamento quando, il 16 novembre ’48, la jeep sulla quale viaggiava con gli altri militari viene investita da raffiche di mitra esplose dai banditi della banda Giuliano in agguato. Tasquier rimane ucciso sul colpo mentre tre carabinieri rimangono feriti.
 

1949

Vito Guarino è un bambino di soli 3 anni. Resta ucciso a Partinico (PA), assieme al padre Carlo Guarino ed a Francesco Gulino, da banditi armati che fanno nella casa dei Guarino lanciando bombe a mano e sparando raffiche di mitra. Commessa la strage, i banditi si dileguano sparando raffiche di mitra e lanciando bombe per impaurire la popolazione accorsa. Si presume che la strage sia stata commessa per vendetta.

Carmelo Agnone, Candeloro Catanese, Carmelo Lentini, Michele Marinaro e Quinto Reda sono poliziotti di stanza a San Giuseppe Jato (PA). Il 2 luglio ’49 si stanno recando in auto a Palermo per una riunione di lavoro, quando, in località Portella della Paglia, cadono nell’agguato di una decina di membri della banda Giuliano, che li aggrediscono con raffiche di mitra e bombe a mano. Agnone, Lentini e Reda muoiono all’istante. Catanese, Marinaro, insieme ad altri due poliziotti (Giovanni Biundo e Carmelo Gucciardo) scendono dalle automobili e rispondono al fuoco, riuscendo, dopo una furiosa sparatoria, a mettere in fuga i banditi. Biundo e Gucciardo sono gravemente feriti, ma non mortalmente. Marinaro, invece, muore poco dopo e Catanese due giorni dopo.

Giovanbattista Aloe, Armando Loddo, Sergio Mancini, Pasquale Antonio Marcone, Gabriele Palandrani, Carlo Antonio Pabusa e Ilario Russo sono carabinieri e il 19 agosto del ’49 sono a bordo di un autocarro che li sta portando da Partinico a Palermo insieme ad altri 53 militari del XII Battaglione Mobile Carabinieri. Quando la colonna, formata da 5 autocarri e due autoblindo, quando giunge a Passo di Rigano, vicino a Bellolampo, borgata alle porte di Palermo, il bandito Salvatore Giuliano dà l’ordine di far esplodere una mina di autocarro che era stata piazzata ai bordi della strada. La deflagrazione investe l’ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, uccidendo sette di loro.

Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza sono due carabinieri uccisi il 21 agosto ‘49 a Sancipirello (Palermo) dalla banda Giuliano.

Francesco Butifar e Salvatore Messina, la mattina del 28 novembre 1949, si recano in una stalla a Bagheria (Pa) alla ricerca di un carro che era stato rubato. Giunti sul posto, i due militari trovano 6 uomini. Il maresciallo capo Messina, che è comandante della locale stazione dei carabinieri, procede alla loro identificazione, lasciando l’appuntato Butifar all’ingresso. Quando Messina si accorge di una pistola lasciata su una cassa vuota, uno dei malviventi estrae una pistola e spara al maresciallo, uccidendolo. Gli altri banditi sparano anche a Butifar che, ferito gravemente, riesce tuttavia a trascinarsi dietro un riparo e ingaggiare un conflitto a fuoco, ferendo uno dei banditi, i quali si danno alla fuga. Butifar, soccorso da un collega casualmente passa da lì, viene trasportato all’ospedale militare di Palermo, dove però giunge cadavere.

 

1951

Antonio Sanginiti, maresciallo dei carabinieri viene ucciso il 30 agosto 1951 da Angelo Macrì, un boscaiolo incensurato. Macrì si è così voluto vendicare della morte del fratello Giovanni, rimasto ucciso da latitante insieme ad un amico, Leo Palumbo, nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri, il 3 agosto.

 

1952

Filippo Intili è un mezzadro di Caccamo, e viene ucciso a colpi d’accetta perché pretendeva di dividere il prodotto dei campi tenendo per sé il 60% e lasciando al proprietario della terra il restante 40%, così come prevedeva il decreto Fausto Gullo. Nonostante il decreto fosse ormai in vigore da otto anni, agrari e mafiosi pretendevano ancora di dividere al 50%. Intilli viene ucciso a 51 anni e da tempo prendeva parte alle proteste dei contadini per l’applicazione della riforma agraria.

 

1955

Salvatore Carnevale è un bracciante e sindacalista socialista di Sciara (PA). Viene assassinato all’alba del 16 maggio 1955 all’alba mentre percorre una mulattiera per recarsi a lavorare in una cava di pietra. Carnevale aveva dato molto fastidio ai proprietari terrieri difendendo i diritti dei braccianti agricoli: era infatti molto attivo politicamente nel sindacato e nel movimento contadino. Nel 1951 aveva fondato la sezione del Psi di Sciara ed aveva organizzato la Camera del lavoro. Nel 1952 aveva rivendicato per i contadini la ripartizione dei prodotti agricoli ed era riuscito ad accordarsi con la principessa Notabartolo. Nell’ottobre 1951aveva organizzato l’occupazione simbolica delle terre di contrada Giardinaccio della principessa e per questo era stato arrestato. Uscito dal carcere si trasferisce per due anni a Montevarchi, in Toscana, dove scopre una cultura dei diritti dei lavoratori più forte e radicata. Nell’agosto 1954 torna in Sicilia, dove cerca di trasferire nella lotta contadina le sue esperienze settentrionali. Nominato segretario della Lega dei lavoratori edili di Sciara, tre giorni prima di essere assassinato riesce ad ottenere le paghe arretrate dei suoi compagni e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore. Salvatore Carnevale muore a 31 anni.

Giuseppe Spagnuolo è un contadino di Cattolica Eraclea (AG), presidente della cooperativa “La Proletaria” e segretario della Camera del lavoro. Tre mesi dopo la morte di Salvatore Carnevale, viene ucciso anche Spagnuolo, sorpreso mentre dormiva da quattro mafiosi che gli sparano diversi colpi di lupara. Le morti di Spagnuolo e di Carnevale vengono dopo la riforma agraria del 1950, che prevede lo smembramento dei feudi. Gli agrari, utilizzando i mafiosi, cercano di rallentare l’attuazione della riforma per aver il tempo di vendere le terre prima della confisca.

 

1957

Pasquale Almerico è il sindaco di Camporeale e segretario della locale sezione della Dc quando viene ucciso da cinque uomini a cavallo armati di mitra. Anche un giovane passante, Antonino Pollari, rimane ucciso. La prima Commissione Parlamentare Antimafia arriva alla conclusione che a decidere la sua condanna a morte è il potente capomafia di Camporeale Vanni Sacco, implicato anche nell’assassinio del segretario socialista della Camera del Lavoro Calogero Cangelosi. A condannare Pasquale Almerico è stato il suo rifiuto di dare la tessera della Dc al boss Vanni Sacco e ad altri trecento mafiosi del paese. Dopo questo rifiuto, Almerico viene minacciato e decide di scrivere al segretario della DC siciliana, Nino Gullotti, informando anche uno dei proconsoli fanfaniani a Palermo, Giovanni Gioia. Almerico denuncia loro il rischio di consegnare la Dc di Camporeale alla mafia e il pericolo di essere ucciso, ma i dirigenti del partito non condividono la sua posizione e lo invitano a lasciare l’incarico di segretario della Democrazia Cristiana.

 

1958

Vincenzo Di Salvo è dirigente sindacale della Lega edili aderente all’organizzazione unitaria e contemporaneamente lavora presso la ditta Iacona, impresa appaltatrice dei lavori di costruzione delle fognature cittadine. In qualità di dirigente sindacale, il Di Salvo è alla testa, da una settimana circa, dello sciopero dei dipendenti dell’impresa, non essendo riusciti ad ottenere, dall’1 febbraio, il pagamento dei salari e degli assegni familiari maturati. Poi, a conclusione di un incontro tra rappresentanti dei lavoratori e del datore di lavoro, alla presenza del sindaco e di un sottufficiale dei carabinieri, si giunge ad un accordo: i lavoratori avrebbero sospeso l’azione sindacale a patto che l’azienda paghi entro il giorno successivo i salari e tutte le altre spettanze. La “Iacona” non mantiene l’impegno e, la sera del 18 marzo, con un colpo di pistola in pieno petto, Di Salvo viene assassinato.

 

1959

Anna Prestigiamo è una ragazzina di 15 anni e vive nel quartiere San Lorenzo di Palermo. Il 26 giugno del ’59 viene uccisa a colpi di fucile. La sorellina di 11 anni, Rosetta, vede la scena e riconosce l’assassino. Si tratta di Michele Cusimano, un vicino di casa. Si scopre che il padre di Anna, Francesco, è ritenuto un confidente dei carabinieri. Viene anche a galla che vari rancori dividono da tempo le due famiglie. Si scopre che tredici anni prima Francesco Prestigiacomo aveva convinto Cusimano a costituirsi ai carabinieri dopo un conflitto a fuoco e che per questo episodio si era fatto la fama di confidente. Cusimano viene arrestato con il padre Girolamo per l’omicidio della piccola Anna. In primo grado, Michele Cusimano, difeso da un principe del Foro, il deputato liberale e sottosegretario alla Difesa Giacomo Bellavista, viene assolto. Sentenza ribaltata in secondo grado: Michele Cusimano viene condannato, seppure con il riconoscimento di alcune attenuanti.

Giuseppina Savoca, di 12 anni, viene colpita a Palermo, mentre giocava per strada, da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria avvenuta la sera del 19 settembre ’59 in via Messina Marine nella quale rimane ucciso il pregiudicato Filippo Drago, 51 anni, proprietario di una profumeria, e ferito leggermente suo nipote Giuseppe Gattuso di 22 anni. Giuseppina non muore immediatamente: trasportata in ospedale, si spegne per complicazioni polmonari tre giorni dopo il ricovero.

 

1960

Antonino Damanti viene ucciso per errore, all’età di 17 anni, il 30 marzo 1960, ad Agrigento. Viene colpito da una pallottola vagante nel corso dell’agguato che un gruppo di mafiosi compie per tentare di uccidere il commissario di polizia Cataldo Tandoy.

Cosimo Cristina è un giovane giornalista che fonda e dirige a Palermo il periodico “Prospettive Siciliane”, oltre a collaborare per diverse testate: L’Ora, Il Giorno, l’Ansa, Il Messaggero, Il Gazzettino di Venezia.
Per il suo periodico, segue con particolare attenzione la cronaca nera, il fenomeno mafioso e le sue ramificazioni nei territori di Termini Imerese e della vicina Caccamo. Attività di cronaca che gli costano la condanna a morte da parte di alcune famiglie mafiose, facendo ritrovare il suo corpo sui binari delle ferrovie, all’interno di una galleria vicino Termini Imerese. Un espediente che ricorda quello utilizzato 18 anni dopo per il delitto di Peppino Impastato.
La morte di Cosimo Cristina viene quindi archiviata come suicidio. Sei anni dopo, il caso viene riaperto e viene effettuata l’autopsia sul corpo di Cristina, ma i periti confermano la tesi del suicidio. Nel 1999 il giornalista catanese Luciano Mirone indaga nuovamente sul caso e scopre che nel 1966 il vice questore di Palermo Angelo Mangano, famoso per una foto che lo ritrae mentre arresta il boss di Corleone Luciano Liggio, aveva riaperto le indagini scoprendo che Cristina era stato ucciso in un luogo diverso dalla ferrovia, e portato sui binari solo per depistare. Ma il rapporto di Mangano è stato neutralizzato dall’autopsia.

Paolo Bongiorno, 38 anni, è un bracciante agricolo, comunista, padre di cinque figli, segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, in provincia di Agrigento. La sera del 27 settembre, Paolo Bongiorno, dopo una riunione del partito, rincasa in compagnia del nipote, Giuseppe Alfano, segretario della Fgci locale. A pochi metri dall’abitazione, due scariche di lupara, sparate da ignoti killer nascosti dietro un muro, colpiscono alla schiena Paolo Bongiorno uccidendolo.
Paolo Bongiorno dedicava il tempo che gli restava dal lavoro nei campi per il lavoro sindacale, organizzando le rivendicazioni per il salario e il rispetto dell’orario di lavoro dei braccianti, facendosi apprezzare in paese, ma anche diventando un pericolo per gli agrari e i mafiosi.

 

1961

Paolo Riccobono, di 13 anni, viene assassinato a colpi di lupara nel rione Tommaso Natale di Palermo. Viene ucciso in una faida di mafia che era già costata la vita al padre e a due fratelli maggiori.

 

1962

Giacinto Puleo, bracciante agricolo, emigra in Germania con l’intento di risparmiare quanto bastava per comprare un appezzamento di terreno. Nel 1962 torna in Sicilia, a Bagheria, e insieme ad un amico prende a mezzadria un limoneto. Nessuno gli dice che i limoni non li raccoglieva il proprietario del terreno, ma un mafioso. Al momento del raccolto, gli viene rivelato come stanno le cose e viene consigliato di andarsene. Puleo non intende rinunciare ai suoi limoni. Il 2 luglio ’62, di buon mattino, mentre sta andando a lavorare, viene ucciso con due colpi di lupara.

Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Eni, muore il 27 ottobre 1962 precipitando con il suo aereo a Bescapè, in provincia di Pavia, di ritorno da Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna, dove era stato scoperto un giacimento di metano. Con lui muoiono il pilota, Irnerio Bertuzzi, e un giornalista americano, William McHale.

Considerato uno degli uomini più potenti dell’Italia del dopoguerra, inviso alle grandi compagnie petrolifere internazionali ma non solo, Mattei è sicuramente rimasto vittima di un attentato. Nel 2005, si riesce infatti a dimostrare che l’aereo non è precipitato per un’avaria, ma per l’esplosione di una bomba. Sui mandanti si sono fatte molte congetture, senza però arrivare a conclusioni certe. Appare invece molto probabile che la manodopera per l’attentato sia stata fornita dalla mafia.

 

1963

Giuseppe Tesauro e Pietro Cannizzaro, panettiere il primo e custode di un garage il secondo, restano uccisi nell’esplosione di un’auto bomba a Villabate, alle porte di Palermo, la notte del 29 giugno 1963. Con loro, a quell’ora, è al lavoro un secondo panettiere, Giuseppe Castello. I tre si accorgono che da un’automobile parcheggiata poco lontano esce del fumo. Si avvicinano per spegnere l’incendio, ma appena Cannizzaro, il garagista, tenta di aprire la portiera, l’automobile esplode. Si salva, sebbene ferito, soltanto Castello. L’obiettivo dell’attentato era probabilmente Giovanni Di Peri, un boss mafioso del posto.

La strage di Ciaculli. Cinque carabinieri e due militari dell’esercito sono le vittime di uno dei più eclatanti attentati di Cosa Nostra. Il 30 giugno 1963, dopo la segnalazione di un’auto sospetta parcheggiata in borgata Ciaculli, alla periferia sud di Palermo, si recano sul posto, per i carabinieri, il tenente Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, e gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, e due artificieri dell’esercito: il maresciallo Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.
L’automobile è parcheggiata vicino all’abitazione di un boss mafioso di grosso calibro, Totò Greco, e questo mette in allarme i militari. I due artificieri individuano dentro l’abitacolo una bombola di gas pronta a esplodere, e riescono a disinnescare l’ordigno. Ma quando il tenente Malausa apre il portabagagli, esplode una seconda, potentissima bomba. La bombola del gas era solo un’esca.

 

1966

Carmelo Battaglia ha 43 anni ed è un dirigente sindacale e assessore al patrimonio della giunta di sinistra che governa il comune di Tusa, in provincia di Messina. Il 24 marzo ’66, all’alba, si sta recando a dorso di mulo verso l’ex feudo Foieri quando cade in un agguato e viene assassinato.

 

1968

Salvatore Surolo. Di lui si sa solo che è stato ucciso per mano mafiosa, ma come per altre vittime non si sa nulla della sua storia.

 

1969

Orazio Costantino, carabiniere scelto, il 27 aprila ’69 partecipa ad un appostamento in piena campagna vicino a Casteldaccia (PA) per cogliere sul fatto gli autori di un tentativo di estorsione. Dopo dodici ore di attesa, Costantino vede un uomo armato di fucile avvicinarsi al sacco lasciato dai carabinieri come esca. Costantino va incontro all’uomo impugnando il suo moschetto, ma l’altro è più veloce e gli spara a pallettoni in pieno petto. Prima di morire, Costantino riesce a fornire agli altri carabinieri informazioni utili all’identificazione del bandito.

La strage di Viale Lazio. Viale Lazio, una grande strada di Palermo, il 10 dicembre ’69, è teatro di uno degli episodi più cruenti della guerra di mafia scatenata dai “corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano contro i boss mafiosi che fino a quell’epoca hanno diretto Cosa Nostra. Travestiti da poliziotti, i “corleonesi” negli uffici del costruttore Girolamo Moncada, covo del boss Michele Cavataio, capo della “famiglia” dell’Acquasanta. Al termine del furioso scontro a fuoco, tra i morti ci sono anche il custode del cantiere, Giovanni Domè, e il manovale Salvatore Bevilacqua, completamente estranei alla vicenda. Per questa strage, Riina e Provenzano vengono condannati all’ergastolo in contumacia.

 

1970

Mauro De Mauro è un giornalista che scrive per L’Ora di Palermo, giornale vicino al Pci. Il suo passato però è ben diverso: fascista, allo scoppio della guerra si arruola volontario nella X Mas di Junio Valerio Borghese e, dopo l’8 settembre ’43, aderisce alla Repubblica di Salò. Durante l’occupazione di Roma, collabora attivamente con il capitano delle SS Erich Priebke, con il colonnello Herbert Kappler e fa parte della famigerata Banda Koch. Secondo alcune testimonianze, sarebbe stato l’unico italiano presente all’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Finita la guerra, viene arrestato, ma evade e si nasconde sotto falso nome con la famiglia a Napoli. Assolto nel ’48, per insufficienza di prove, dalle accuse di crimini di guerra, si trasferisce a Palermo, dove si occupa di cronaca sportiva. Nel 1970, è da poco trasferito nella redazione di cronaca quando il regista Francesco Rosi gli chiede di fare delle ricerche per il film sulla morte di Enrico Mattei. La sera del 16 settembre ’70 viene rapito e di lui non si saprà più niente. Sulle cause della sua scomparsa si sono fatte molte congetture. Si è ipotizzato che avesse fatto scoperte eclatanti sulla morte di Mattei. Si è anche pensato che potesse aver saputo dei tentativi di Borghese di coinvolgere la mafia nei suoi progetti golpisti. Nessuna pista è però approdata a conclusioni certe. Il boss Totò Riina, accusato dell’omicidio, è stato assolto.

 

1971

Pietro Scaglione ha 64 anni quando viene ucciso dalla mafia assieme al suo autista, Antonio Lorusso, mente sta tornando dal cimitero di Palermo dove ogni giorno fa visita alla tomba della moglie. Scaglione è il Procuratore capo di Palermo: è dai tempi di Notarbartolo che la mafia non osa colpire una personalità tanto importante. Ma gli uomini di Cosa Nostra hanno buoni motivi per considerare Scaglione un nemico pericoloso. Anche negli anni in cui in Sicilia tantissimi negavano la stessa esistenza della mafia, Scaglione aveva indagato sulla Banda Giuliano ed erano sue le dure requisitorie contro gli assassini di Salvatore Carnevale. Al processo per l’uccisione del sindacalista di Sciara lo scontro fu ad alto livello. Per la parte civile c’era come avvocato un futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, e la difesa degli imputati era rappresentata da un altro futuro inquilino del Quirinale, Giovanni Leone. Dopo un sofferto iter processuale, tra condanne e assoluzioni, alla fine ai campieri della principessa Notarbartolo venne comminato l’ergastolo, accogliendo così l’impianto accusatorio di Scaglione. Ed è sempre lui che indaga, ormai da capo della Procura di Palermo, sulla strage di Ciaculli, non esitando a inquisire diversi politici locali e nazionali, tra i quali i democristiani Salvo Lima e Vito Ciancimino. Il 5 maggio del ’71 i mafiosi si vendicano e tendono l’agguato mortale.

 

1972

Giovanni Spampinato è un giovanissimo giornalista di Ragusa, collaboratore de L’Ora di Palermo e de L’Unità, quando viene assassinato il 27 dicembre ’72 da Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale. Spampinato stava indagando sull’uccisione di un facoltoso ingegnere e imprenditore, Angelo Tumino, ed era anche impegnato in un’inchiesta legata alle attività del neofascismo in Sicilia, in un intreccio di contrabbando e di affari illeciti con la mafia nella parte orientale dell’isola.

 

1974

Angelo Sorino, maresciallo di polizia in pensione, venne ucciso il 10 Gennaio 1974 a Palermo. Un sicario gli spara alle spalle in via San Lorenzo, nell’omonimo quartiere di Palermo ad alta densità mafiosa dove Sorino abita. Pur essendo in pensione, non smette di fare il poliziotto, raccogliendo informazioni e passandole ai colleghi: per questo gli uomini dei clan decidono di eliminarlo.

Calogero Morreale, dirigente socialista dell’Alleanza contadina, viene ucciso il 18 giugno ’74 per aver sollevato sospettati di imbrogli riguardo ai lavori per la diga Garcia, che avrebbero favorito potenti famiglie siciliane.

 

1975

Gaetano Cappiello, agente di polizia, viene ucciso nel corso di un appostamento a Palermo per catturare degli estortori, i quali avevano minacciato il proprietario di un noto laboratorio fotografico, chiedendo soldi in cambio di protezione. Cappiello, nel tentativo di arrestare gli estortori, viene raggiunto da cinque colpi al petto e muore poco dopo in ospedale.

 

1976

Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, carabinieri, vengono uccisi nelle loro stanze, nella casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, nel corso di una irruzione di un commando di killer mafiosi.

La casermetta si trova in un punto del golfo di Castellamare utilizzato dalle cosche per gli sbarchi notturni di droga.

Giuseppe Moscarelli è un sindacalista comunista e un dirigente dell’Alleanza coltivatori di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Il 3 marzo del ’76, viene ucciso per aver proposto la costituzione di una cooperativa per l’acquisto collettivo di fertilizzanti, rompendo così il monopolio delle cosche. Dopo averlo ammazzato, gli assassini impiccano anche la cavalla con cui Moscarelli stava tornando a casa.

Francesco Paolo Chiaramonte è un piccolo imprenditore di Palermo che si rifiuta di pagare il “pizzo” ai mafiosi. Viene ucciso il 21 agosto 1976. In questo caso, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio sono stati assicurati alla giustizia.

 

1977

Giuseppe Russo e Filippo Costa. Russo è tenente colonnello dei carabinieri, uno degli uomini di fiducia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, comandante del Nucleo Investigativo di Palermo. Viene assassinato mentre si trova a Ficuzza, una frazione di Corleone, per un periodo di vacanze. Con lui viene ucciso anche Filippo Costa, un insegnante che stava semplicemente passeggiando in compagnia dell’ufficiale dell’Arma.
Giuseppe Russo sta indagando sul caso Mattei, ma anche sui rapporti tra Cosa nostra palermitana e i “corleonesi”. Per il suo omicidio vengono prima condannati quattro uomini che in seguito verranno assolti. Solo molto dopo l’assassinio si è accertato che i mandanti erano stati Totò Riina e Bernardo Provenzano, e che l’esecuzione del delitto era opera di Leoluca Bagarella, Pino Greco, Giovanni Brusca e Vincenzo Puccio. Un collaboratore di giustizia, Antonino Calderone, rivelerà che Giuseppe Russo aveva come confidente Giuseppe Di Cristina, boss mafioso di Riesi, che verrà ucciso dai corleonesi pochi mesi dopo l’assassinio del colonnello.

Attilio Bonincontro, guardia penitenziaria del carcere Ucciardone di Palermo, ha il compito di assegnare le celle ai detenuti. Viene assassinato il 30 novembre ’77 nei pressi del carcere da due sicari: si ritiene che il delitto sia stato richiesto da boss detenuti all’Ucciardone.

 

1978

Gaetano Longo, per 14 anni sindaco democristiano di Capaci, in provincia di Palermo, dal ’62 al ’76, è consigliere comunale quando viene assassinato da killer mafiosi, il 17 gennaio ’78, mentre accompagna il figlio a scuola. All’origine del delitto sembra esserci il piano regolatore su cui Longo stava lavorando, contrario agli interessi della mafia locale. Il suo assassinio è impunito.

Ugo Triolo, avvocato, viene ucciso a Corleone il 26 gennaio ‘78, dopo aver ricevuto diverse intimidazioni. Il delitto è stato probabilmente deciso da Riina e Provenzano perché interessati a un vasto appezzamento di terra posseduto dall’avvocato.

Peppino Impastato, giovane giornalista e attivista di Democrazia Proletaria a Cinisi (PA), nonostante sia figlio di un uomo di Cosa nostra non esita a denunciare pubblicamente le attività dei mafiosi, a cominciare da quelle del boss Gaetano Badalamenti. Lo fa da una radio libera da lui fondata, Radio Aut. Il programma più seguito è Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggia mafiosi e politici. Nel 1978 si candida alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. L’intento è di far credere che Impastato sia morto accidentalmente mentre preparava un attentato terroristico. La notizia della morte di Impastato viene riportata dai giornali con poco risalto perché lo stesso giorno viene ritrovato a Roma il cadavere di Aldo Moro, assassinato dalla Br. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano Impastato, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale.
Il 5 Marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole dell’assassinio e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.

Salvatore Castelbuono, vigile urbano, viene ucciso il 26 settembre ’78 nel comune di Villafrati (PA) al confine con quello di Bolognetta, dove è cresciuto, per aver fornito ai suoi superiori informazioni su noti latitanti mafiosi. Conoscendo bene il territorio, il suo contributo era prezioso per lo sviluppo delle indagini della Polizia.

 

1979

Filadelfio Aparo, vice brigadiere di Pubblica sicurezza, nel 1978 gli era stato riconosciuto un encomio solenne per aver riconosciuto due pericolosi latitanti mentre era in servizio, e per averli coraggiosamente fermati e arrestati. L’11 gennaio ’79, i mafiosi si vendicano assassinandolo a colpi di lupara in una piazza della periferia di Palermo. Aparo muore a 43 anni, lasciando la moglie e tre figli di 10, 5 e un anno.

Mario Francese è un giornalista del quotidiano palermitano Il Giornale di Sicilia ed è autore di molte inchieste sulla mafia, distinguendosi per essere stato il primo a intuire l’ascesa dei “corleonesi” al vertice di Cosa nostra. Si è occupato anche della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi a Bari nel 1969 e dell’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Sua l’unica intervista alla moglie di Salvatore Riina, Antonietta Bagarella. Viene assassinato il 26 gennaio 1979. Per l’assassinio sono stati condannati: Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano e altri 4 mafiosi.

Michele Reina è il segretario provinciale della Dc di Palermo e viene ucciso, il 9 marzo ’79, all’indomani di un accordo politico con il Partito Comunista, accordo non approvato dalla maggioranza del suo partito. Reina è perfettamente cosciente che con questo accordo mette a repentaglio la sua vita: lo dice esplicitamente ai suoi interlocutori del Pci. Mentre appare subito evidente che il movente dell’omicidio di Reina va ricercato negli intrecci tra politica e mafia, le indagini non portano a novità fino a quando, nel 1984, davanti a Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol Giovanni De Gennaro, Tommaso Buscetta parla dell’omicidio, indicando come mandante del delitto Salvatore Riina.
Nell’aprile del 1999, con Salvatore Riina, sono stati condannati all’ergastolo Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonio Geraci.

Giorgio Ambrosoli è un avvocato milanese, esperto in liquidazioni coatte amministrative. È di idee monarchiche e ha militato nella gioventù liberale. Nel 1974 viene nominato commissario della Banca privata italiana, cuore dell’impero di Michele Sindona, dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli. Ambrosoli scopre gravissime irregolarità e comincia a ricevere pesanti intimidazioni miste a tentativi di corruzione. Se avesse ceduto, Sindona poteva salvarsi dal crack, evitando la galera, e la Banca d’Italia. Ambrosoli va invece avanti e conclude la sua inchiesta, anche se non si è ritenuto di fornirgli una scorta per la sua protezione. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale con le sue conclusioni il 12 luglio 1979. La sera dell’11 luglio, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli viene avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto, che lo uccide con quattro colpi di pistola. È William Joseph Aricò, un killer di Cosa Nostra fatto venire appositamente dagli Stati Uniti. Ambrosoli muore a 46 anni, lasciando la moglie e tre figli. Ai suoi funerali non partecipa nessuna autorità pubblica a eccezione del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, succeduto nel ’75 a Carli, che lascerà il suo incarico il mese dopo per un’inchiesta della Procura di Roma che finirà in niente due anni più tardi.

Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, dirige le indagini con metodi innovativi e con grande determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni Settanta, iniziano un’autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni Sessanta, troppi processi sono falliti per mancanza di prove. Viene ucciso a 49 anni, il 21 luglio del 1979, dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli spara sette colpi di pistola alle spalle. Giuliano viene assassinato subito dopo aver concluso due grosse inchieste. La prima, partita dal ritrovamento all’aeroporto di Palermo di due valigette piene di denaro, che erano il pagamento di una partita di eroina sequestrata all’aeroporto Kennedy di New York nell’ambito dell’inchiesta “Pizza connection”, Gli uomini di Giuliano arrivano ad arrestare due mafiosi, e grazie ad una bolletta ritrovata addosso ad uno di loro si giunge ad un appartamento in cui vengono ritrovate armi, droga e una patente falsa con la foto di Leoluca Bagarella. Nei giorni successivi, alla Questura di Palermo giungono telefonate anonime che minacciano di morte Giuliano. L’altra inchiesta parte invece da degli assegni ritrovati nelle tasche del cadavere del capomafia di Riesi Giuseppe Di Cristina. Le indagini portano ad un libretto al portatore utilizzato dal banchiere Michele Sindona. Per andare a fondo in questa indagine, Giuliano si reca a Milano per incontrare il commissario liquidatore delle banche di Sindona, Giorgio Ambrosoli, che sarà ucciso pochi giorni dopo questo incontro.

Calogero Di Bona, vice comandante della Polizia Penitenziaria di Palermo, viene fu ucciso il 28 agosto del 1979. Le indagini vengono affidate a Rocco Chinnici, che sarà assassinato dalla mafia quattro anni dopo. Nel 2010 i figli di Di Bona si rivolgono alla Procura di Palermo per riaprire le indagini. Nel 2012 sono individuati gli assassini. I “pentiti” raccontano che Di Bona è stato sequestrato e ucciso nel giardino di una casa colonica.

Cesare Terranova è un magistrato con alle spalle moltissimi processi contro capimafia. Deputato eletto come indipendente nelle liste del Pci dal ’76 al ’79, divenendo membro della Commissione Antimafia, torna in magistratura alla fine della legislatura e viene nominato capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo.
La mattina del 25 settembre del 1979, Terranova si mette alla guida della sua automobile per andare al Palazzo di Giustizia in compagnia del maresciallo Lenin Mancuso, che da vent’anni gli fa da scorta. Imboccata una strada secondaria che solitamente trova libera dal traffico, Terranova è costretto a fermarsi a causa di una transenna che blocca la via. Contemporaneamente, da un angolo, sbucano alcuni killer che aprono il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole. Inutili i tentativi di Terranova di sottrarsi all’imboscata ingranando la retromarcia e di Mancuso di rispondere al fuoco con la sua pistola. Vengono raggiunti da una pioggia di proiettili. A Terranova, 58 anni, i killer riservano anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. Lenin Mancuso morirà dopo alcune ore di agonia in ospedale.

Giovanni Bellissima, Salvatore Bologna e Domenica Marrara sono tre carabinieri che il 10 novembre 1979 hanno il compito di scortare il boss Angelo Pavone da Catania a Bologna dove deve essere interrogato dal magistrato sul sequestro di un imprenditore. Al casello di San Gregorio, alle porte di Catania, parte l’agguato: da dietro una siepe escono i killer di Cosa nostra che sparano all’impazzata, non lasciando scampo ai tre carabinieri. Angelo Pavone viene caricato a forza su un’automobile e portato via. Il suo corpo viene ritrovato undici giorni dopo in una discarica alla periferia di Catania.

 

1980

Piersanti Mattarella è un giovane politico della Dc siciliana quando nel 1964, a 29 anni, si candida la prima volta alle elezioni comunali di Palermo risultando eletto con più di undicimila preferenze. È figlio d’arte: il padre, Bernardo, è uno degli esponenti più importanti della Dc siciliana, parlamentare e più volte ministro, accusato da più parti di avere rapporti poco chiari con la mafia, ma sempre scagionato da queste accuse in diverse sentenze.
Piersanti Mattarella nel 1967 si candida anche alle regionali e viene eletto con più di trentaquattromila preferenze. E’ in questo periodo che si fa largo nella nomenclatura della Dc siciliana, anche grazie al sostegno di Aldo Moro, e appoggia l’elezione a segretario regionale del partito di Giuseppe D’Angelo, che avvia un’azione moralizzatrice che troverà il suo culmine al congresso regionale in cui si approvano due ordini del giorno: uno per il contrasto allo strapotere degli esattori privati dei tributi pubblici, a cominciare dai potentissimi fratelli Salvo, e l’altro per impegnare la Dc siciliana nella lotta contro la mafia.
Nel 1978, Piersanti Mattarella viene eletto presidente della Regione a capo di una coalizione di centrosinistra con l’appoggio esterno del Pci. Mattarella si impegna in una politica di profonde riforme. All’indomani dell’omicidio di Peppino Impastato, va a Cinisi per un comizio e fa un durissimo discorso in piazza contro Cosa nostra. L’anno successivo, partecipa alla conferenza regionale dell’agricoltura e, dopo aver ascoltato la durissima requisitoria del senatore comunista Pio La Torre contro l’assessore regionale all’agricoltura Giuseppe Aleppo, indicandolo come colluso con la criminalità locale, Mattarella interviene, ma non per difendere l’assessore come tutti si attendono, ma riconoscendo la necessità di introdurre correttezza e legalità in questo settore.
La politica moralizzatrice portata avanti da Mattarella mette in crisi consolidati equilibri che vedono la mafia alleata con la politica, in particolare quella parte della Dc che fa capo all’eurodeputato Salvo Lima e all’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
La mattina del 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella sta per andare a messa con la moglie, due figli e la suocera. È appena salito in automobile quando un killer si avvicina e lo uccide a colpi di pistola. Le indagini appaiono subito molto difficili, ma nel ’91 Giovanni Falcone deposita una requisitoria sui “delitti politici”, collegando la morte di Mattarella con quella precedente di Michele Reina e quella successiva di Pio La Torre. Falcone indica in due terroristi dei Nar, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, gli esecutori materiali dell’uccisione di Mattarella, in un contesto di collaborazione tra fascisti e Cosa nostra. Fioravanti effettivamente corrisponde perfettamente alla descrizione del killer fatta dalla moglie di Mattarella, Irma Chiazzese. Dopo la morte di Falcone, Buscetta e altri “pentiti” di mafia indicano i responsabili dell’uccisione di Mattarella unicamente nei capi di Cosa nostra, escludendo una partecipazione dei fascisti. Ma successivamente continuano ad emergere indizi sul coinvolgimento dei fascisti, per cui nel 2018 la Procura di Palermo decide di riaprire le indagini.

Emanuele Basile è un capitano dei carabinieri di stanza a Monreale, alle porte di Palermo. E’ impegnato in indagini sulla mafia della zona e si è anche interessato all’omicidio di Boris Giuliano arrivando alla scoperta di traffici di droga. Essendo in procinto di lasciare Monreale, consegna al giudice Paolo Borsellino i risultati conseguiti.
Il 4 Maggio 1980 viene ucciso. Vengono arrestati i mafiosi Armando Bonanno, Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio. Tra condanne, assoluzioni e annullamenti della Cassazione, la sentenza definitiva arriva dopo nove anni dal delitto. Nel frattempo, Puccio e Bonanno sono stati uccisi.

Pietro Cerulli, agente di custodia al carcere dell’Ucciardone di Palermo, viene ucciso il 13 Luglio 1980 sotto casa con numerosi colpi di pistola. Il delitto resta impunito per mancanza di indizi.

Gaetano Costa è Procuratore capo di Palermo dal 1978. Viene ucciso il 6 agosto 1980, mentre passeggia in pieno centro a Palermo, colpito alle spalle da sei colpi di P38. Sin dagli anni sessanta aveva intuito che la mafia si era annidata nella pubblica amministrazione, controllandone gli appalti, le assunzioni e la gestione in genere. Inutilmente aveva richiamato l’attenzione delle massime autorità sul fatto che un’efficace lotta alla mafia imponeva la predisposizione di strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei presunti mafiosi e di colpirli.
Al suo funerale partecipano poche persone, soprattutto pochi magistrati.

Carmelo Jannì gestisce un albergo vicino all’aeroporto di Palermo e accetta di collaborare con la polizia nelle indagini su tre criminali marsigliesi alloggiati nella sua struttura. Pedinando i tre, la polizia riesce quindi a sorprenderli in una villa mentre stanno insegnando a dei mafiosi siciliani come si raffina l’eroina. Nell’operazione viene arrestato un importante boss mafioso, il latitante Gerlando Alberti. La polizia commette però un grave errore: gli agenti che effettuano gli arresti sono gli stessi che avevano sorvegliato i marsigliesi in albergo, camuffati da dipendenti. Quattro giorni questi arresti, il 28 agosto 1980, in pieno giorno, due giovani a volto scoperto entrano nella hall dell’albergo e uccidono Carmelo Jannì a colpi di pistola. Il mandante è stato proprio Gerlando Alberti, che ha dato l’ordine di uccidere l’albergatore dal carcere. Gerlando Alberti sta scontando l’ergastolo. Gli esecutori del delitto non sono mai stati individuati.

 

1981

Vincenzo Mulè, Domenico Francavilla e Mariano Virone vengono uccisi il 21 febbraio del 1981 a colpi di lupara lungo la strada che da Cianciana porta ad Alessandria della Rocca, due paesini a nord di Agrigento. Una telefonata anonima avverte i carabinieri che in un incidente con un trattore in campagna sono rimaste uccise alcune persone. Giunti sul posto, gli agenti si rendono subito conto di cosa è realmente accaduto. A terra, c’è anche il corpo crivellato di Liborio Terrasi, il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti. I sicari sono venuti da Corleone, su ordine di Salvatore Riina, per eliminare Terrasi, e non hanno esitato a uccidere anche i tre che sono con lui, sebbene non c’entrino nulla con la faida mafiosa. Vincenzo Mulè è il più giovane, ha solo 16 anni.

Giuseppe Cuttitta è socio amministratore della cooperativa San Leone di Godrano, in provincia di Palermo, e si rifiuta di pagare il pizzo ai mafiosi. A 38 anni viene assassinato a colpi di pistola il 3 agosto 1981.

Vito Jevovella è un maresciallo dei carabinieri molto noto negli ambienti investigativi dell’Arma e tra i magistrati per la sua capacità professionale, per l’impegno investigativo e per la determinazione a fare luce tanto sul delitto comune quanto su quello mafioso, tanto da meritare sette encomi solenni e 27 apprezzamenti del comando generale. Sua l’indagine del 1980 “Savoca più quaranta” che riguardava i traffici della famiglia mafiosa Spataro nel contrabbando di sigarette e traffico di stupefacenti. La sera del 10 settembre del 1981, Jevolella è con la moglie posteggiato in una piazza di Palermo quando viene ucciso da quattro killer a colpi di pistole e fucili. La mafia così elimina un pericoloso investigatore.

Sebastiano Bosio è primario di chirurgia vascolare. Viene assassinato il 6 Novembre del 1981 a Palermo, all’uscita del suo studio. Un delitto a cui non si riesce a dare una spiegazione. Di Bosio si ricordava solo che agli inizi degli anni ‘60 era stato protagonista di contestazioni e proteste contro l’inefficienza della pubblica amministrazione, e aveva contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica allestendo, con altri colleghi, una sala operatoria in un casello ferroviario abbandonato della linea Palermo-Messina. Ventinove anni dopo, i carabinieri del Ris svelano il mistero dell’omicidio con l’esame dei proiettili utilizzati dai sicari che portano dritto al nome di uno dei mafiosi che quel giorno avrebbe sparato: Antonino Madonia. Sembra che al chirurgo venisse rimproverato di aver curato in modo sbrigativo alcuni mafiosi e, soprattutto, di aver curato uomini della cosiddetta mafia perdente, tra i quali Totuccio Contorno, nella guerra scatenata dai “corleonesi”.

 

1982

Nicolò Piombino, ex carabiniere in pensione, viene assassinato a Isola delle Femmine (Pa) in un agguato di stampo mafioso. L’uomo forniva indicazioni agli ex colleghi impegnati nelle indagini sulla locale famiglia mafiosa.

Pio La Torre è un deputato e dirigente nazionale del Pci, voluto da Enrico Berlinguer nella segreteria del partito, quando ritorna nel 1981 nella sua Sicilia, dove era già stato dirigente sindacale e segretario regionale del Pci, per assumere nuovamente la guida dei comunisti dell’isola. La Torre promuove un movimento di massa contro l’installazione degli euromissili nella base Nato di Comiso e al contempo rilancia la battaglia contro la mafia. Contro Cosa nostra elabora una proposta di legge per la confisca dei beni dei boss: proposta che diventa legge solo dopo la sua morte e che è nota come legge “Rognoni-La Torre”.
Il 30 aprile 198, mentre si sta recando alla sede del partito con il suo autista-guardaspalle Rosario Di Salvo, l’automobile di La Torre viene stretta da una motocicletta e da un’autovettura e investita da una pioggia di proiettili. La Torre muore quasi subito, mentre Di Salvo riesce a estrarre la sua pistola e a sparare qualche colpo prima di soccombere. La Torre ha 58 anni, Di Salvo 36.

Giuseppe Lala, Domenico Vecchio e Antonio Valenti, l’8 Maggio 1982 a Porto Empedocle (AG) mentre rientrano a casa, dopo una giornata di lavoro al cantiere, finiscono per caso nel mezzo di un conflitto a fuoco. Restano uccisi a causa di una faida tra la famiglia mafiosa Traina e Pietro Marotta di Ribera.

Rodolfo Buscemi e Matteo Rizzuto vengono uccisi il 24 maggio 1982 a Palermo. Rodolfo Buscemi vuole indagare sull’omicidio del fratello Salvatore, avvenuto nell’ aprile del 1976, e per questo si trasferisce nel quartiere di S. Erasmo a Palermo dove viveva il fratello, e comincia a raccogliere prove. Si convince che il mandante dell’omicidio del fratello sia stato Filippo Marchese, boss di quel quartiere. L’insistenza di Rodolfo Buscemi dà fastidio e iniziano le minacce fino a quando, il 26 maggio 1982, Rodolfo e il cognato Matteo Rizzuto, di soli 18 anni, vengono rapiti e spariscono nel nulla.

Vincenzo Enea è un costruttore di Isola delle Femmine, paesino alle porte di Palermo, e rifiuta la richiesta di Francesco Bruno, un boss locale latitante da tempo, di diventare un suo socio occulto per reinvestire i proventi delle sue attività criminali. I due si scontrano anche per una questione di terreni ed Enea subisce la rappresaglia con l’incendio di un magazzino e di un bungalow e il danneggiamento di materiale edile. Un amico di Vincenzo Enea, Benedetto D’Agostino, tenta una mediazione, ma viene ucciso. Passano pochi giorni e l’8 giugno 1982 anche Vincenzo Enea viene assassinato. L’omertà ha reso difficili le indagini, e solo nel 2013, grazie alla testimonianza di alcuni “pentiti”, Francesco bruno viene condannato a 30 anni di prigione.

Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca sono tre carabinieri che il 16 giugno 1982 stanno scortando il boss catanese Alfio Ferlito, trasferito dal carcere di Enna a quello di Trapani. Alla guida del mezzo adibito al trasferimento dei detenuti c’è Giuseppe Di Lavore, dipendente della ditta privata che gestisce questo servizio. Arrivati a Palermo, un gruppo di fuoco di Cosa nostra blocca il furgone e uccide i tre carabinieri, l’autista e Alfio Ferlito, che è il vero bersaglio del raid. Il mandante della strage è Nitto Santapaola, potente boss di Catania, che da anni combatte una guerra contro Ferlito per il predominio sul territorio.

Antonino Burrafato è un poliziotto italiano, vice-brigadiere in servizio presso il carcere Termini Imerese. Viene assassinato il 29 giugno 1982.
Lavora presso l’ufficio matricola del penitenziario dove è detenuto il boss Leoluca Bagarella. Burrafato impedisce al boss di andare ai funerali del padre, e Bagarella decide di vendicarsi. Il 29 giugno ’82, un gruppo di fuoco tende un’imboscata a Burrafato, uccidendolo a poca distanza dal penitenziario.
Fino al 1996 le indagini non portano a niente, e la svolta si ha quando il “pentito” Salvatore Cucuzza confessa di aver partecipato, fra gli altri delitti, all’assassinio del vice-brigadiere, per ordine di Leoluca Bagarella.

Paolo Giaccone, è un medico legale. Gli viene chiesto dalla Procura di esaminare un’impronta rilevata dopo una sparatoria a Bagheria con quattro morti, ed è questa l’unica traccia lasciata da uno dei killer. Giaccone appura che l’impronta è di Giuseppe Marchese, nipote del capomafia palermitano Filippo Marchese. Giaccone deve poi respingere pressioni perché “aggiusti” la sua perizia, e grazie a questa il killer viene condannato all’ergastolo. L’11 agosto dell’82, in un viale del Policlinico, il professor Giaccone viene assassinato.
In seguito, il “pentito” Vincenzo Sinagra rivela che a far uccidere Giaccone è stato Salvatore Rotolo, che viene condannato all’ergastolo al primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Per le minacce a Paolo Giaccone viene arrestato inoltre l’avvocato di Marchese, che al telefono lo avrebbe invitato a cambiare i risultati della perizia dattiloscopica.

Giovanni Gambino è proprietario di un’azienda di imbottigliamento di bibite nel quartiere palermitano di Brancaccio. Viene ucciso a 36 anni, il 19 agosto del 1982, perché deciso a non cedere alla richiesta di pagare il “pizzo”.

Vincenzo Spinelli viene ucciso il 30 Agosto 1982 a Palermo per aver riconosciuto e denunciato una persona che l’aveva rapinato. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Onorato, infatti, aveva fatto arrestare l’autore di una rapina avvenuta nel suo negozio, un giovane parente dei capimafia Giuseppe Savoca e Masino Spadaro.

Carlo Alberto dalla Chiesa, generale dei carabinieri, quando nel maggio del 1982 viene nominato prefetto di Palermo è già famosissimo in Italia per i risultati ottenuti nella guerra al terrorismo durante gli “anni di piombo”. Il generale è piemontese, ma conosce benissimo la Sicilia e la mafia. Dopo la guerra, e aver partecipato alla Resistenza, nel ’49 arriva in Sicilia, a Corleone, per combattere il banditismo. Indaga anche sull’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, e incrimina un giovane Luciano Liggio, agli esordi della sua carriera criminale. In quei giorni conosce anche Pio La Torre, successore di Carnevale alla guida del sindacato dei braccianti.
Nel 1966 torna una seconda volta in Sicilia, da colonnello, al comando della Legione dei carabinieri di Palermo, e ci resta sette anni, durante i quali porta avanti diverse indagini sulla mafia, avendo occasione di collaborare con il commissario Boris Giuliano e con il procuratore Cesare Terranova: anche questi future vittime di Cosa nostra. Indaga sull’omicidio Scaglione, sulla strage di Viale Lazio, sulla scomparsa di Mauro De Mauro. Il risultato è il “dossier dei 114” che porta decine di boss in galera o, quando non è possibile, al confino.
Nell’82, la sua nomina a prefetto di Palermo vuole essere un messaggio preciso alla mafia: lo Stato vuole sconfiggere definitivamente Cosa nostra e mette in campo l’uomo che ha annientato le Brigate Rosse. Alla notizia dell’uccisione di Pio La Torre, che aveva caldeggiato la sua venuta in Sicilia, il generale si precipita in giorno stesso a Palermo, anticipando il suo insediamento.
Non tutto procede però come il generale aveva sperato. Nei suoi cento giorni da prefetto di Palermo inutilmente chiede più poteri e più mezzi. “Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”, protesta pubblicamente. Si prende invece le bacchettate del presidente della Regione Mario D’Acquisto che gli rimprovera di aver manifestato i suoi sospetti sulle grandi imprese edili catanesi che riescono a lavorare a Palermo.
La sera del 3 settembre ’82, vigilia del suo sessantaduesimo compleanno, insieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, di 32 anni, sposata appena un mese e mezzo prima in seconde nozze, Carlo Alberto dalla Chiesa torna verso Villa Pajno, la residenza del prefetto di Palermo, con la sua utilitaria, una A112. Su un’altra automobile, li segue l’agente Domenico Russo, guardaspalle del generale. In Via Carini, in pieno centro, scatta l’agguato: una Bmw si affianca e parte una raffica di kalashnikov. Inutilmente dalla Chiesa tenta di proteggere col suo corpo la moglie che è alla guida. Muoiono all’istante entrambi, crivellati di colpi. Intanto un moto si affianca all’automobile guidata da Domenico Russo, che viene colpito da numerosi colpi di pistola (l’agente morirà dodici giorni dopo).
Ai funerali, le autorità subiscono insulti e lanci di monetine da parte della grande folla accorsa alle esequie. Solo il presidente della Repubblica Sandro Pertini non viene contestato.

Calogero Zucchetto è un agente di polizia che si occupa di mafia e in particolare della ricerca dei latitanti, tantissimi agli inizi degli anni ’80. Collabora con il commissario Ninni Cassarà alla stesura del cosiddetto “rapporto Greco Michele + 161” che traccia un quadro della guerra di mafia iniziata nel 1981, dei nuovi assetti delle cosche, segnalando in particolare l’ascesa del clan dei corleonesi. Riesce a entrare in contatto anche con il “pentito” Totuccio Contorno, che si rivela molto utile per la redazione del rapporto.
Con il commissario Cassarà va in giro in motorino per i vicoli di Palermo a caccia di ricercati. In uno di questi giri incontra due killer al servizio dei corleonesi, Pino Greco e Mario Prestifilippo, che aveva frequentato quando non erano mafiosi. Questi lo riconoscono e non si fanno catturare. Nel novembre del 1982, dopo una settimana di appostamenti tra gli agrumeti di Ciaculli, riconosce il latitante Salvatore Montalto, boss di Villabate. Essendo solo, non tenta nemmeno di arrestarlo, ma ci riesce Cassarà pochi giorni dopo con un blitz.
La sera di domenica 14 novembre 1982, all’uscita da un bar in via Notarbartolo, una importante arteria del centro di Palermo, Zucchetto viene ucciso con cinque colpi di pistola alla testa sparati da due killer in sella a una moto. Successivamente gli autori del delitto vengono individuati in Mario Prestifilippo e Pino Greco, gli stessi che aveva incrociato in motorino. Come mandanti vengono in seguito condannati i componenti della “cupola mafiosa”, cioè i massimi capi di Cosa nostra.

Carmelo Cerruto è brigadiere del corpo degli agenti di custodia all’Istituto per Minori di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta. Viene ucciso il 24 novembre 1982, mentre si reca al lavoro, colpito con diversi colpi d’arma da fuoco.

 

1983

Giangiacomo Ciaccio Montalto è sostituto procuratore a Trapani, brillante, con un grande fiuto per i soldi dei boss nei conti bancari, dai quali scopriva le attività dei mafiosi e le relazioni con politica e imprenditoria.
Svolge il suo lavoro a stretto contatto con le forze dell’ordine, in strada, tra arresti e perquisizioni. Nell’ottobre del 1982 spicca quaranta ordini di cattura contro mafiosi e imprenditori della zona, che però vengono tutti scarcerati per insufficienza di prove nel giro di qualche mese. In compenso, Ciaccio Montalto riceve minacce e ritrova sul cofano della sua automobile una croce nera fatta con una bomboletta spray.
Ciaccio Montalto, che non dispone di un’auto blindata e neppure della scorta, viene ucciso a 42 anni la notte tra il 24 e il 25 gennaio 1983 a colpi di pistola proprio davanti alla sua villetta di Valderice. Il suo corpo viene ritrovato solo la mattina dopo da un pastore, pur essendo stato ucciso in una zona densamente abitata. Tre settimane prima di essere ucciso, Ciaccio Montalto, che aveva chiesto il trasferimento a Firenze, si era recato a Trento per incontrarsi con il procuratore Carlo Palermo, destinato a succedergli, al fine di metterlo a parte di informazioni riservate sull’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti.

Salvatore Pollara è un costruttore edile. Il fratello Giovanni era stato fatto sparire 4 anni prima col sistema della “lupara bianca”.
L’impresa di Salvatore Pollara sta realizzando il restauro della monumentale cattedrale di Palermo, quando viene assassinato. ‘L11 marzo ’83, l’imprenditore è a bordo di una Renault guidata da un amico che lo sta accompagnando a casa quando la vettura viene bloccata da due killer che fanno fuoco ripetutamente. Salvatore Pollara muore sul colpo, mentre l’amico rimane ferito.

Gioacchino Crisafulli è un appuntato dei carabinieri in congedo. Viene ucciso a Palermo, nei pressi della sua casa, perché si è insospettito per le manovre di un camion. Il mezzo trasportava soldi provenienti dal traffico di droga.

Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici sono tre carabinieri che vengono uccisi il 13 giugno 1983 in un agguato mafioso in una strada di Palermo. Il capitano D’Aleo, un romano ventinovenne, coadiuvato dai suoi uomini, stava conducendo indagini a tappeto, mettendo in pericolo la latitanza di boss del calibro di Riina e Brusca. Per questo Cosa nostra decide che devono essere uccisi. D’Aleo era subentrato al capitano Basile, ucciso nel 1980, continuandone l’attività.

Patrizia Scifo è una ragazza di Niscemi (CL) che si innamora di Giuseppe Spatola, affiliato ad una delle cosche locali, impegnate allora in una faida per il controllo degli appalti pubblici. Patrizia scappa da casa e va a vivere con Spatola, che va dai genitori della ragazza per chiedere il consenso di sposarla dopo aver ottenuto la separazione dalla prima moglie. I genitori glielo negano, ma Patrizia Scifo continua comunque a vivere con Spatola. Ben presto i rapporti nella coppia si rovinano, cominciano i maltrattamenti, e la ragazza arriva a sporgere denuncia, poi ritirata alla nascita della figlia. La sera del 18 giugno 1983, Patrizia lascia la bambina alla madre, dicendole che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo, ma da allora scompare. Il padre, Vittorio Scifo, si mette alla sua ricerca, ma viene ucciso la sera del 18 luglio 1983 con un colpo di arma da fuoco.

Rocco Chinnici è il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, succeduto a Cesare Terranova assassinato dalla mafia. Dopo la morte del procuratore Gaetano Costa, l’amico con il quale scambiava le informazioni sulle indagini nell’ascensore del tribunale, per evitare di essere ascoltati, Chinnici capisce che i magistrati non possono continuare a indagare ognuno per conto proprio, cosicché alla mafia basta uccidere per fermare l’inchiesta. Chinnici ha così l’idea di concentrare tutte le indagini di mafia in una struttura unica, il “pool antimafia”, chiamando a farne parte Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. È grazie a questa intuizione che sarà possibile portare a termine il lavoro che permetterà il maxiprocesso a Cosa nostra.
Il 29 luglio 1983, Rocco Chinnici viene ucciso mentre sta uscendo dal portone di casa. Esplode un’automobile imbottita con 75 chili di tritolo. Nell’esplosione perdono la vita il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.

Lia Pipitone è la figlia del boss dell’Arenella Antonino Pipitone, affiliato del clan dei corleonesi. A 18 anni fugge da casa con un compagno di scuola di cui si è innamorata. Sette anni dopo, Lia comunica al padre l’intenzione di andare a vivere da sola con il figlio di 4 anni e senza marito. Il padre per tutta risposta le sputa in faccia. Nel tardo pomeriggio del 23 settembre successivo, nella sanitaria dove Lia è entrata per usare il telefono pubblico, ha luogo una rapina e la ragazza resta uccisa, colpita da diversi colpi di pistola. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno poi che la rapina non era che una messa in scena e che l’obiettivo era uccidere Lia su mandato del padre. Antonino Pipitone verrà tuttavia assolto nei tre gradi di giudizio in quanto i collaboratori parlavano solo “per sentito dire”.
Lo stesso giorno in cui viene uccisa Lia, viene trovato morto il cugino della ragazza, Simone Di Trapani, precipitato dal balcone di casa. I due si erano frequentati molto nell’ultimo periodo e Lia diceva spesso che il cugino era il marito ideale.

Salvatore Zangara è titolare di un laboratorio di analisi e segretario della sezione del PSI di Cinisi. Resta ucciso nel corso di una sparatoria l’8 ottobre, ma non è lui l’obiettivo dei sicari. A morire doveva essere Procopio Di Maggio, un mafioso, designato quel giorno come vittima della faida in corso tra la sua famiglia e i Badalamenti. Dopo i primi spari, Procopio Di Maggio non esita però a farsi scudo di alcuni passanti, tra cui Salvatore Zangara, che viene colpito mortalmente.

Francesco Imposimato è un impiegato, sindacalista della Cgil e militante del Pci. Ma non viene ucciso per le sue attività in un agguato a Roma l’11 Ottobre 1983. Viene assassinato come vendetta trasversale nei confronti del fratello, l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che stava indagando sulle Br, su Cosa nostra, sulla Camorra e sulla Banda della Magliana. In un primo momento si pensa che gli autori del delitto siano i brigatisti rossi, ma poi i sospetti si concentrano sulla Banda della Magliana, che avrebbe agito su richiesta di Pippo Calò, il cassiere della mafia che vive a Roma e che teme di essere individuato da Ferdinando Imposimato che sta indagando sulla morte di Domenico Balducci, un pregiudicato romano associato alla famiglia dei mafiosi palermitani di Porta Nuova. Calò ha chiesto il “favore” ai casalesi, e questi si sono rivolti a loro volta alla Banda della Magliana, che ben volentieri hanno accontentato mafiosi e camorristi.

Sebastiano Alongi scompare nel nulla il 29 novembre 1983. È un piccolo imprenditore di Prizzi (Palermo). Dopo dieci giorni da quando è uscito da casa per non farvi più ritorno, viene ritrovata la sua automobile a 60 chilometri da Prizzi, ma del sequestrato nessuna traccia. La moglie, Anna Pecoraro, costituitasi parte civile nel procedimento contro ignoti, denuncia i favoritismi e gli interessi mafiosi nella concessione degli appalti, che avrebbero portato all’isolamento e all’uccisione del marito.

 

1984

Giuseppe Fava è originario di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, ma è catanese di adozione. Giornalista, scrive per diverse testate e fonda il settimanale “I Siciliani”. Autore di numerose inchieste, Fava denuncia la mafia e i comitati d’affari politici ed economici che dominano la Sicilia dagli anni Settanta, e si impegna nella battaglia contro l’installazione dei missili nucleari nella base di Comiso. Fava riesce a portare la mafia catanese alla ribalta nazionale e questo lo fa diventare un pericolo per i mafiosi della Sicilia Orientale. La sera del 5 gennaio 1984, Giuseppe Fava lascia la redazione del suo giornale e si reca a prendere la nipote. Non ha il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che viene freddato, all’età di 59 anni, da cinque proiettili.

Vincenzo Vento è un venditore ambulante che il 26 aprile dell’84 commette l’errore di chiedere un passaggio all’uomo sbagliato. Si tratta di Epifanio Tumarello, condannato a morte dalla mafia trapanese. Quando i killer lo raggiungono, uccidono anche Vincenzo Vento, scomodo testimone.

Francesco e Cosino Quattrocchi sono due fratelli che possiedono alcune macellerie a Palermo. Cercano di sottrarsi all’intermediazione mafiosa per l’acquisto dei cavalli da macellare, ma gli uomini di Cosa nostra non possono accettarlo e, soprattutto, hanno bisogno di dimostrare che restano potenti nonostante i molti colpi che stanno subendo dallo Stato per colpa delle rivelazioni di Tommaso Buscetta. Un gruppo di fuoco raggiunge in una stalla i due fratelli e li uccide insieme a parenti e amici che si trovano lì con loro: Cosimo Quattrocchi, Marcello Angelini, Salvatore Schimmenti, Antonio federico, Giovanni Catalanotti e Paolo Canale.

Pietro Busetta viene ucciso da sicari mafiosi il 7 dicembre 1984 mentre è a passeggio con la moglie a Bagheria (PA). Busetta è incensurato, ma ha sposato la sorella di Tommaso Buscetta, il boss di Cosa nostra che ha deciso di collaborare con lo Stato. Busetta viene così ucciso per colpire trasversalmente il cognato.

 

1985

Roberto Parisi, ingegnere, è un importante imprenditore palermitano. La sua azienda ha in appalto da molti anni la manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica della provincia di Palermo. È vice presidente degli industriali palermitano ed è anche il presidente della squadra di calcio della città, e questo lo rende molto popolare. Pochi anni prima, nel 1980, ha perso la moglie e la figlia nella strage di Ustica.
Parisi viene assassinato il 23 febbraio 1985 da un gruppo di cinque uomini in un agguato di chiaro stampo mafioso nella zona di Partanna Mondello. Assieme a lui muore il suo autista, Giuseppe Mangano.

Pietro Patti è un altro imprenditore palermitano, titolare di uno stabilimento di frutta secca nella zona Brancaccio, e viene assassinato quattro giorni dopo Roberto Parisi nella stessa zona della città. Patti viene sorpreso da due killer in motocicletta mentre sta accompagnando a scuola le quattro figlie. I mafiosi sparano appena Patti si ferma davanti alla scuola, e l’imprenditore muore all’istante. Resta ferita anche una delle figlie, Gaia, seduta nel sedile anteriore a fianco del padre.
In precedenza, Pietro Patti aveva subito diversi atti intimidatori: una boma era scoppiata nel suo stabilimento e anche una sua automobile era stata saltare in aria. Tutti attentati per farlo cedere alla richiesta di “pizzo”, ma evidentemente senza successo.

Giovanni Carbone è il terzo imprenditore che nel giro di poche settimane viene ucciso da sicari mafiosi. Per lui l’agguato scatta la sera del 13 marzo dell’85. È appena uscito dalla sede della sua azienda di materiali per l’edilizia, fa appena in tempo a salire sulla sua automobile che dal buio partono due spari che lo uccidono all’istante. Carbone aveva già subito attentati nel passato. In un’occasione, undici anni prima, aveva affrontato a mani nude un rapinatore, che non esitò a sparargli un colpo di pistola allo stomaco. Un mese dopo, sempre vicino alla sua ditta, una banda al completo lo pesto al sangue. Mai aveva ceduto alle richieste di pagare il “pizzo”.

Barbara Rizzo, Giuseppe e Salvatore Asta sono la mamma e i due figli che vengono uccisi il 2 Aprile 1985 a Trapani nell’attentato organizzato dalla mafia per uccidere il sostituto procuratore Carlo Palermo. Gli uomini di Cosa nostra hanno piazzato un’autobomba vicino ad una curva, alla fine della litoranea di Pizzolungo, che viene fatta esplodere quando arrivano le auto del magistrato e della sua scorta. Nell’istante della deflagrazione, però, tra la bomba e l’auto blindata di Carlo Palermo si frappone l’automobile di Barbara Rizzo che procede in direzione opposta. Barbare Rizzo e i due gemellini di 6 anni muoiono all’istante.
Carlo Palermo, trasferitosi a Trapani da appena cinquanta giorni, aveva già ricevuto diverse minacce.

Giuseppe Spada è titolare di una piccola impresa di agrumi di Avola, in provincia di Siracusa. Il 14 giugno 1985, mentre è al volante della sua automobile, viene affiancato da una motocicletta con due uomini. Quello seduto dietro estrae la pistola e spara tre colpi di pistola a distanza ravvicinata che uccidono Spada.

Beppe Montana è dirigente della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Amico e stretto collaboratore del vice questore Ninni Cassarà, dirige le operazioni che portano agli arresti di molti boss mafiosi. Quattro giorni dopo un’operazione che aveva portato all’arresto di tre importanti mafiosi e di sette gregari, il 28 luglio ’85 scatta la vendetta. Beppe Montana si trova al mare con la fidanzata e alcuni amici quando due sicari gli piombano alle spalle freddandolo a colpi di pistola. Entrambi gli assassini verranno in seguito eliminati per ordine della stessa mafia.

Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, rispettivamente Vicequestore e agente di Polizia, vengono uccisi il 6 agosto dell’85 a raffiche di Kalashnikov. Cassarà era riconosciuto come uno dei migliori investigatori della Polizia di Palermo. Tra i suoi maggiori successi, l’operazione “Pizza Connection”, con gli arresti di decine di mafiosi tra Italia e Stati Uniti. Ma sono molte le operazioni antimafia che lo vedono protagonista insieme al suo amico Beppe Montana (assassinato dalla mafia il 28 Luglio), sotto il coordinamento della procura di Palermo.
Intorno alle 14,30 del 6 Agosto ’85, Cassarà sta rientrando a casa, scorato da tre agenti di scorta. Uno dei tre è Roberto Antiochia, che dopo l’omicidio di Montana aveva deciso di restare accanto a Cassarà benché in ferie e già trasferito a Roma. Quando l’auto blindata con i quattro poliziotti entra nel cortile del palazzo in cui abita Cassarà, dall’ammezzato di un edificio vicino una decina di mafiosi armati di Kalashnikov fanno fuoco. Il vicequestore Cassarà e l’agente Antiochia muoiono sul colpo, crivellati da decine di proiettili. Un terzo agente viene gravemente ferito. Il quarto agente, Natale Mondo, si salva miracolosamente. Almeno tre dei sicari moriranno per mano della stessa mafia negli anni successivi, altri saranno arrestati e condannati all’ergastolo

Natale Mondo, sfuggito alla morte in quell’occasione, verrà assassinato dalla mafia il 14 Gennaio 1988.

Graziella Campagna ha 17 anni e lavora come aiuto lavandaia a Villafranca Tirrena, in provincia di Messina. Un giorno trova nella tasca di una camicia, portata da un cliente che si faceva chiamare “Ingegner Cannata”, un documento che rivela la vera identità dell’uomo: Gerlando Alberti junior, nipote latitante del boss Gerlando Alberti senior (assicurato alla giustizia anni prima dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa). Quest’informazione le costerà la vita. Il 12 dicembre ‘85, finito di lavorare, va ad aspettare l’autobus per tornare a casa, ma viene vista salire su un’automobile sconosciuta. Intanto a casa l’aspettano e non vedendola arrivare si preoccupano. Dopo due giorni il corpo viene ritrovato a Forte Campone con ferite d’arma da fuoco. Era stata uccisa da un colpo di lupara sparato da non più di due metri di distanza.
Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera, il suo guardaspalle, vengono rinviati a giudizio il primo marzo 1988. Vengono indagati per favoreggiamento la titolare della lavanderia insieme al marito, il fratello e la cognata. L’11 dicembre 2004 vengono condannati all’ergastolo Alberti e Sutera. Condannate anche la titolare della lavanderia, Franca Federico, e la cognata, Agata Cannistrà.

 

1986

Giovanni Giordano è un modesto lavoratore di San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, che il 15 gennaio 1986 scompare nel nulla. Negli anni successivi, grazie alle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, è emerso che Giordano avrebbe visto, per puro caso, il luogo dove si nascondeva un boss della mafia latitante. Per il solo sospetto che avesse rivelato ai carabinieri il luogo della latitanza, viene rapito, torturato, assassinato e sciolto nell’acido.

Paolo Bottone è titolare col padre di una ditta di manutenzioni a Palermo. Il 19 settembre ’86, mentre sta in compagnia della fidanzata in un luogo appartato, viene avvicinato da alcuni uomini in macchina, armati di pistole, che gli sparano un colpo al collo. Bottone muore sul colpo. Rimane incerto il movente dell’omicidio: forse i due imprenditori avevano rifiutato di pagare il pizzo, oppure si erano aggiudicati un appalto su cui avevano puntato gli occhi i mafiosi.

Francesco Alfano è un rappresentante di commercio e cameriere di Palermo. Il 29 gennaio ’86 si trova in automobile con la fidanzata nei pressi della casa di lei all’Addaura, quando un uomo armato si avvicina e a colpi di pistola uccide Alfano e ferisce la ragazza. Di questo delitto si ignorano tutt’ora movente, mandanti e killer.

Giuseppe Pillari è un bracciante di 50 anni che viene ucciso il 31 gennaio ’86 in un casolare vicino Piana degli Albanesi di proprietà di Salvatore Tortorici, che è il vero obiettivo dei killer. Pillari viene assassinato per non lasciare testimoni. Dell’omicidio si è poi autoaccusato il mafioso Giuseppe Maniscalco.

Nino D’Uva è un noto avvocato penalista di Messina. È uno degli avvocati impegnati nel maxiprocesso che si sta svolgendo a Messina contro la mafia dello Stretto. Una scarpa viene lanciata dalla gabbia degli imputati e colpisce D’Uva. Il legale non lo sa, ma quella scarpa è la sua sentenza di morte. Chi deve capire capisce e la sera del 6 maggio 1986 si presenta allo studio di D’Uva un uomo che l’avvocato deve conoscere e che fa entrare. Il corpo di D’Uva viene ritrovato più tardi dalla cameriera. È a terra, accanto alla scrivania, ucciso da un singolo colpo di una 7,65.
Il delitto resta incomprensibile fino al 1993, quando un collaboratore di giustizia, Umberto Santacaterina, svela il mistero. I mandanti dell’omicidio D’Uva sono stati i boss Gaetano Costa e Mario Marchese, il killer un ragazzo che all’epoca dei fatti aveva 19 anni, Placido Calogero.
L’avvocato è stato ucciso perché tutti gli altri capissero che dovevano impegnarsi di più e meglio, una sorta di strategia della paura nei confronti degli avvocati.

Salvatore Benigno è cassiere ii un cinema di Palermo e viene ucciso il 26 agosto 1986 per aver visto due persone nell’atto di incendiare un’automobile, servita a commettere un precedente omicidio. Benigno fu ritrovato agonizzante dai carabinieri all’interno di un’automobile, a cento metri da una Giulietta bruciata.

Luigi Ajovolasit è un giovane tossicodipendente che commette qualche piccolo furto per comprarsi la droga. Il 10 settembre ’86 è in un bar con la sua ragazza e lì viene freddato da alcuni sicari. La sentenza di morte, come hanno spiegato alcuni collaboratori di giustizia, era stata emessa dai mafiosi perché rovinava la piazza di San Giuseppe Jato. Questo non è un caso isolato. Sono stati diversi i giovani assassinati per lo stesso motivo.

Filippo Gebbia e Antonio Morreale stanno tranquillamente passeggiando lungo la via centrale di Porto Empedocle, cittadina poco lontana da Agrigento. È domenica sera, 29 settembre ’86, e sono tanti che passeggiano su quel corso. Improvvisamente arriva un’automobile a tutta velocità occupata da tre killer mafiosi che sparano sulla folla. L’obiettivo del raid sono degli uomini della “Stidda”, una locale organizzazione criminale che non riconosce l’autorità di Cosa nostra. Vengono uccisi quattro “stiddari”, ma anche Filippo Gebbia e Antonio Morreale, colpevoli solo di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Claudio Domino viene ucciso a Palermo il 7 ottobre ’86, all’età di undici anni, nei pressi della cartolibreria gestita dalla madre. Il padre è dipendente della compagnia telefonica Sip e titolare di un’impresa che gestisce le pulizie dell’aula bunker dell’Ucciardone, dove si sta celebrando il primo maxiprocesso di mafia. L’assassino, in moto, chiama Claudio per nome e gli spara a bruciapelo alla fronte. Non ci sono certezze su questo delitto. Forse il ragazzino aveva visto confezionare delle dosi di eroina in un magazzino, oppure aveva assistito all’omicidio di due ragazzi della zona. L’inchiesta si orientò, in particolare, sulla pista degli scontri tra i nuovi clan della droga, in cui giovanissimi picciotti miravano a soppiantare i vecchi boss, imputati al maxiprocesso.

Nunziata Spina è ricoverata all’ospedale di Ganzirri (Me) ed è in una saletta a chiacchierare con due ragazzi, uno di 13 e l’altro di 21. Fanno irruzione alcuni uomini armati che cominciano a sparare contro il ragazzo più grande, Pietro Bonsignore. Una pallottola colpisce però alla testa Nunziata Spina, che muore così a 35 anni. Muore anche Bonsignore, che è un affiliato alla mafia, noto nell’ambiente come “Vallanzasca”, legato a Gaetano Costa, un boss che in quei giorni è tra i più importanti imputati nel maxiprocesso alla mafia messinese. I killer appartengono probabilmente ad un clan rivale che approfitta del momento di debolezza di Costa per cercare di soppiantarlo.

 

1987

Cosimo Aleo è un ragazzo di Acicatena (CT), appena sedicenne. Attratto dagli ambienti criminali di Acireale, finisce per dedicarsi a piccoli furti, pur rimanendo ai margini del vero e proprio sistema mafioso, tanto da rubare una delle automobili dell’organizzazione. Un intollerabile affronto per Cosa nostra, che decide di eliminarlo. Il racconto del terribile omicidio di Cosimo Aleo ci è giunto tramite il collaboratore di giustizia Alfio Trovato: il 9 gennaio ’87 viene rapito e quasi strangolato, poi finito a colpi di pietre e infine bruciato su di un cumulo di copertoni. Il cadavere viene poi riconosciuto dalla madre grazie ad alcuni oggetti d’oro che il ragazzo portava con sé.

Giuseppe Cutroneo e Rosario Montalto sono due bambini di Niscemi (CL), rispettivamente di otto e undici anni. Il 27 agosto del 1987 vengono uccisi in uno scontro a fuoco nel centro del paese tra due gruppi di mafiosi che si contendono il controllo del traffico di droga nella zona.

Paolo Svezia fa il guardiano notturno in uno stabilimento di trasformazione di agrumi di Avola (SR). I titolari della ditta si sono rifiutati di pagare il pizzo e la risposta della mafia locale è spietata: il 28 ottobre ’87, 40 chili di dinamite vengono collocati all’interno dello stabilimento. Un boato e salta un’intera ala dell’edificio appena ultimato, quella dove si trova il neoassunto Paolo Svezia, che muore dilaniato dall’esplosione.

 

1988

Giuseppe Insalaco è stato sindaco di Palermo per tre mesi nel 1984 e in questa veste ha denunciato più volte le collusioni tra politica e mafia. Ascoltato dalla commissione parlamentare antimafia il 3 ottobre di quello stesso anno, Insalaco denuncia le pressioni subite da Vito Ciancimino e dal suo entourage, indicandoli come i gestori dei grandi appalti al comune di Palermo per conto della mafia. Due settimane dopo aver fatto queste dichiarazioni, l’automobile di Insalaco viene bruciata davanti alla sua abitazione. Viene quindi assassinato a colpi di pistola il 12 gennaio 1988. Dopo la sua morte viene trovato un memoriale in cui Insalaco accusa diversi esponenti della DC palermitana e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino.
Il 17 dicembre 2001 la Cassazione conferma gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell’omicidio di Giuseppe Insalaco.

Natale Mondo, che si salva miracolosamente nell’agguato del 6 Agosto 1985 in cui vengono uccisi Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, viene accusato da un “pentito” di essere un corrotto al soldo della mafia. Per questo, Mondo viene arrestato, ma in suo soccorso intervengono la vedova del vicequestore Cassarà e altri colleghi, i quali testimoniano che Mondo si era infiltrato nelle cosche mafiose del quartiere Arenella, dove era nato e risiedeva, dietro ordine dello stesso Cassarà. Questo però lo espone alla vendetta della mafia, che scatta il 14 gennaio ’88: Mondo viene ucciso nella borgata dell’Arenella, davanti al negozio di giocattoli della moglie. Per la sua morte, vengono condannati all’ergastolo Salvino Madonia e Agostino Marino Mannoia, condannandoli all’ergastolo.

Donato Boscia, 31 anni, direttore del cantiere dell’impresa romana Ferrocementi, viene assassinato a Palermo con cinque colpi di pistola.
Al maxiprocesso viene dimostrato che nell’ omicidio erano coinvolti anche Salvatore Riina e Balduccio Di Maggio, che avevano voluto l’omicidio perché Boscia stava costruendo una sezione dell’acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. Il cantiere subisce vari attentati ai mezzi meccanici, poi un giorno, si presenta Balduccio Di Maggio fingendo di essere un operaio in cerca di lavoro.
Nonostante le difficoltà, Boscia scommette con gli operai che sarebbe riuscito a completare il traforo del monte Grifone entro il 14 aprile dell’88. Dopo la sua uccisione, gli operai continuano a lavorare giorno e notte, senza paga, e riescono a completare il lavoro nella data indicata da Boscia.

Alberto Giacomelli è un magistrato di Trapani, da poco più di un anno in pensione quando viene assassinato il 14 settembre dell’88. È la prima volta che i mafiosi uccidono un magistrato giudicante. Alcuni anni dopo, grazie alle rivelazioni di un “pentito”, per questo delitto viene condannato Totò Riina, il capo di tutta Cosa nostra. Emerge così che la mafia aveva deciso di colpire, per la prima volta, un magistrato giudicante, uno qualsiasi, e Totò Riina ha scelto Alberto Giacomelli, “reo” di aver osato confiscare tre anni prima l’appartamento di suo fratello, Gaetano Riina.

Antonino Saetta è presidente della I sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo quando, il 25 settembre ’88, viene assassinato, assieme al figlio Stefano, mentre in automobile percorre la strada che da Agrigento porta a Caltanissetta. In precedenza, da presidente della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, aveva già acquisito una brutta fama tra i mafiosi nel giudizio d’appello degli imputati per l’assassinio del giudice Rocco Chinnici, tra i quali i Greco di Ciaculli, boss ai vertici di Cosa nostra e tuttavia ancora incensurati. Saetta non solo non attenua le pene inflitte in primo grado, ma le rende ancor più pesanti.
Trasferito a Palermo, Antonino Saetta presiede il processo d’appello per gli imputati dell’omicidio del capitano Basile, tra i quali i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia. Anche in questo caso, risultano inutili le pressioni sul giudice perché ribalti la sentenza di primo grado. Gli imputati vengono condannati all’ergastolo e, pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, Saetta viene assassinato.

Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, si è trasferito in Sicilia di ritorno dall’India, dove era entrato nella comunità degli “arancioni” di Osho, dove fonda vicino a Trapani la comunità Saman, che ben presto si trasforma in un centro di recupero per tossicodipendenti, uno dei primi in Italia. Si dedica però anche al giornalismo e da una tv locale, la RTC, rivela gli intrecci esistenti a Trapani tra politica, massoneria e mafia.
Il 26 settembre 1988, Rostagno viene assassinato in un agguato a poche centinaia di metri dalla sede della Saman, all’interno della sua auto, da alcuni uomini nascosti ai margini della strada. Con Rostagno c’è anche una ragazza che si salva, divenendo l’unica testimone del delitto. I sicari mafiosi sparano con un fucile a pompa, che sembra essere scoppiato in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38.
I socialisti Bettino Craxi e Claudio Martelli affermano immediatamente che si tratta di un delitto mafioso, ma vengono contestati dagli investigatori, che li accusano di depistare le indagini. La matrice mafiosa viene contestata con la tesi che i killer si sono dimostrati dei dilettanti, come dimostrerebbe il fucile esploso in mano a uno dei sicari. Vengono così battute molte piste diverse nella ricerca dei colpevoli dell’omicidio. Nove anni dopo il delitto, il caso viene presi in carico dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che si può avvalere anche di dichiarazioni rese da diversi “pentiti”. Viene così fuori che il delitto viene è stato deciso nel corso di più incontri tra i boss mafiosi della provincia di Trapani, tra i quali Matteo Messina Denaro, a causa dell’attività giornalistica di Rostagno. Uno dei collaboratori, Angelo Siino, parla anche di un viaggio a Trapani di Licio Gelli, il capo della loggia massonica segreta P2, durante il finto sequestro di Michele Sindona, e proprio Rostagno aveva parlato ai microfoni di RTC di questo viaggio del “Venerabile”. Inoltre, esami balistici appurano che il fucile usato per uccidere Rostagno è lo stesso utilizzato dai sicari di Cosa nostra per eliminare il poliziotto Giuseppe Montalto nel 1995 e per altri delitti di mafia.

Carmelo Zaccarello viene ucciso a 23 anni, il 10 novembre del 1988, dentro il bar del padre a Ortigia, il centro storico di Siracusa. Ad assassinarlo due giovanissimi killer che sono entrati nel bar e hanno cominciato a sparare per colpire probabilmente Pasquale Bottaro, un pregiudicato di 29 anni.

Giuseppe Montalbano è un medico condotto di Partinico (PA) e viene ucciso il 18 novembre ’88 con diversi colpi di arma da fuoco alla testa, mentre si trova nella sua casa di campagna. Sul movente gli investigatori ipotizzano subito un suo rifiuto a curare un boss latitante, dato che Montalbano era notoriamente avverso alla mafia.

Luigi Ranieri è un imprenditore edile. Viene assassinato il 15 Dicembre 1988 a Palermo. Per questo delitto viene condannati all’ergastolo Salvatore Riina. Ranieri viene assassinato perché, ricostruiscono i magistrati, “non voleva assoggettarsi al sistema degli appalti” controllato da Cosa Nostra.

 

1989

Francesco Pepi è un mezzadro che col tempo riesce a comprare prima dei terreni e poi dei macchinari per trasformarsi in imprenditore con un’azienda specializzata nella lavorazione degli ortaggi. Viene ucciso il 14 febbraio 1989 con sette colpi di pistola sparati da un killer in motorino, nel totale silenzio della cittadina di Niscemi. Pepi si era opposto fermamente al racket, rifiutandosi categoricamente di pagare il pizzo e coinvolgendo molti imprenditori in quest’atto di coraggio.
La verità sull’omicidio Pepi emerge solo 25 anni dopo, grazie ad alcune informazioni fornite da diversi collaboratori di giustizia che permettono di arrestare dodici mafiosi, tra i quali lo storico boss di Cosa nostra Piddu Madonia. Il delitto è stato compiuto con l’approvazione dei vertici di Cosa Nostra.

Pietro Polara è un commerciante di macchine agricole a Gela e per la sua attività ventennale è nominato Cavaliere del Lavoro. Si interessa anche di politica e per due volte si candida nelle liste della Dc. Viene assassinato il 27 febbraio 1989. Polara è completamente estraneo agli ambienti mafiosi, ma suo fratello Salvatore è invece un boss in ascesa. Pietro Polara finisce così vittima di un regolamento di conti tra mafiosi. Anche Salvatore viene ucciso, e con lui la moglie e i due figli.

Nicola D’Antrassi è un imprenditore nel settore dell’ortofrutta a Scordia, in provincia di Catania. Stimato dai suoi dipendenti per come applica puntualmente i contratti di lavoro, è inviso per lo stesso motivo da altri imprenditori che non rispettano per nulla i diritti delle loro maestranze e si dedicano inoltre a traffici e frequentazioni poco chiari. La sera dell’11 marzo 1989, D’Antrassi riceve una telefonata da qualcuno che lo invita a prendere un caffè in un bar del paese. Ed è lì che viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Autori e movente del delitto non sono mai stati scoperti.

Antonio D’Onufrio è un barone, proprietario terriero nel quartiere palermitano di Ciaculli. Collabora con la Criminalpol di Palermo fornendo informazioni sul quartiere utili per scovare i tanti latitanti che si nascondono in quella zona. Viene ucciso il 16 marzo 1989 con una raffica di mitra e un colpo di pistola in bocca, come la mafia fa per punire chi ha “parlato troppo”.

Paolo Vinci, un ragazzo di 17 anni, l’11 luglio 1989 sta aiutando Calogero Loria, di 26 anni, e il cugino Filippo a caricare di legname un autocarro in un podere di Camporeale, un paese a 50 chilometri da Palermo. Poco prima delle 21, arriva un commando di killer per uccidere Filippo. Lui riesce a sfuggire alla morte, mentre Calogero e Paolo cadono sotto i colpi dei sicari.

Antonino Agostino e Ida Castelluccio sono sposati da appena un mese quando vengono uccisi, il 5 Agosto 1989, a Villagrazia di Carini, in provincia di Palermo. Antonio, un agente di polizia, e Ida, incinta di cinque mesi, stanno per entrare nella villa della famiglia di lui, dove sono attesi per la festa di compleanno della sorella, quando arriva un gruppo di sicari in motocicletta che li uccidono a colpi di pistola. Ai loro funerali sono presenti i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Falcone dice ad un amico commissario: «Io a quel ragazzo devo la vita».
Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell’Addaura, che aveva come obiettivo proprio Falcone. I mandanti e gli esecutori del duplice omicidio sono ancora ignoti.

Claudio Volpicelli è un agronomo di Vittoria, in provincia di Ragusa, che viene ucciso la sera del 6 ottobre 1989 da alcuni uomini che irrompono nel deposito di plastica della ditta Donzelli. Volpicelli è seduto dove solitamente sta il titolare del deposito, Giovanni Donzelli, e appare subito chiaro che i killer hanno sbagliato bersaglio. Volpicelli è persona nota a tutti come uomo onesto e completamente estraneo agli ambienti criminali della zona, mentre di Donzelli non si può dire la stessa cosa. Le indagini non sono comunque riuscite a individuare gli assassini.

Anna Maria Cambria è una ragazza di 17 anni e l’8 novembre ’89 sta uscendo da un bar di Milazzo (ME), dopo aver comprato un cioccolatino per il suo ragazzo, quando viene fulminata dagli spari di alcuni killer mandati a uccidere Francesco Alioto, un pregiudicato di 29 anni. I killer hanno continuato a sparare anche quando si sono trovati davanti la ragazza.

Leonarda Costantino è la madre del collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia. La sera del 23 novembre del 1989 si reca in automobile in una zona periferica di Bagheria (PA), accompagnata dalla sorella, Lucia Costantino, e dalla figlia, Vincenza Marino Mannoia, cadendo così in un tranello dei mafiosi che vogliono punire il “pentito”. Le tre donne vengono uccise a colpi di lupara.

Pietro Giro è un autista di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, e viene assassinato la mattina del 28 dicembre 1989 con due colpi di rivoltella da un killer in motocicletta. La sua morte è un favore che Totò Riina ha voluto fare ai mafiosi del posto, i fratelli Ignazio e Pietro Ribisi, impegnati in una guerra feroce contro gli “stiddari”, l’organizzazione criminale che non riconosce l’autorità di Cosa nostra. Pietro Giro viene assassinato solo perché cugino di uno degli “stiddari” di Palma. Per questo delitto, i fratelli Ribisi vengono condannati all’ergastolo nel 2007.

 

1990

Emanuele Piazza è un poliziotto che, dopo diversi incarichi, tra cui far parte della scorta del presidente della Repubblica Sandro Pertini, torna nella sua Sicilia come agente del Sisde impegnato nella ricerca e cattura dei latitanti. Piazza scompare dalla sua abitazione di Sferracavallo, vicino Palermo, il 16 marzo 1990, senza lasciare tracce. Solo anni dopo si è potuto ricostruire l’accaduto grazie alle confessioni di due mafiosi diventati collaboratori di giustizia. Uno dei due, Francesco Onorato, un ex pugile, confessa di essere stato lui stesso ad attirare Piazza fuori da casa e di averlo condotto in uno scantinato dove è stato strangolato e sciolto nell’acido. Piazza conosceva Onorato per aver frequentato la stessa palestra.

Nicola Gioitta Iachino è il proprietario di una gioielleria del centro di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Viene assassinato a 28 anni a colpi di pistola il 21 marzo 1990. I sicari infieriscono poi sul cadavere, sgozzandolo, come monito per gli altri negozianti che resistono alla richiesta di pagare il “pizzo”.

Rosario Sciacca vive a Partanna e l’11 giugno del ’90 e sta passeggiando nel centro del paese quando viene ucciso da due killer che sparano in mezzo alla folla con dei fucili per uccidere Giuseppe Piazza, un camionista con diversi precedenti penali ed ex guardaspalle del boss mafioso Stefano Accardo, ucciso un paio di anni prima. Sciacca muore, e altri due passanti restano feriti.

Giuseppe Sottile ha tredici anni e la sera del primo luglio ’90 viene ucciso per sbaglio da dei killer che dovevano colpire il padre del ragazzino, Felice Sottile, per una storia di droga. Felice Sottile sarà poi imputato, e condannato, al processo alla mafia di Meessina, “Mare nostrum”, nel 2004.

Giuseppe Marnalo e Stefano Volpe vengono uccisi a Porto Empedocle (AG) mentre si trovano in una officina. Giuseppe, operaio, è lì per accompagnare un cognato, mentre Stefano è figlio del titolare dell’officina e sta dando una mano al padre. Arriva un commando di killer della cosca degli “stiddari” venuti da Gela per vendicare i morti della prima strage di Porto Empedocle e il loro vero obiettivo è Sergio Vecchia, anch’egli cognato di Giuseppe Marnalo, ma andato in officina per conto suo. I sicari a raffiche di mitra uccidono il mafioso nemico, ma anche i due giovani completamente estranei alla vicenda.

Rosario Livatino è un giovane magistrato di Canicattì e il 21 settembre 1990 viene ucciso mentre con la sua automobile, senza scorta, sta andando al lavoro al tribunale di Agrigento. E’ stato pm per dieci anni, occupandosi di indagini sulla mafia, ma portando avanti anche l’indagine ricordata come la Tangentopoli siciliana. Dall’agosto dell’89 è giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione, sempre ad Agrigento. Dopo la sua morte, infuria una polemica dopo che Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, lo ricorda per sostenere che è assurdo che indagini delicate e pericolose vengano affidate a “giudici ragazzini”. Per Livatino, che era molto religioso, nel 2011 è stato avviato il processo diocesano per la beatificazione.

Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio vengono assassinati la sera del 31 ottobre 1990 Catania. Rovetta è l’amministratore delegato e Vecchio il direttore amministrativo delle Acciaierie Megara, la più grande industria siderurgica siciliana. I manager vengono raggiunti dai loro carnefici mentre si trovano in automobile nei pressi del loro stabilimento. La vettura viene investita da una tempesta di fuoco. Giorni prima della strage, Rovetta aveva denunciato alla polizia e ai carabinieri di aver ricevuto delle telefonate minatorie.

 

1991

Andrea Savoca è un bambino di 4 anni che resta ucciso, il 26 luglio ’91, nell’agguato teso a suo padre, Giovanni, che lo teneva in braccio. Giovanni Savoca è un rapinatore di Tir e i capimafia Michelangelo La Barbera e Matteo Motisi danno l’ordine di ucciderlo. Il probabile motivo di questa condanna a morte è che Giovanni Savoca ha rapinato un tir di commercianti che pagano regolarmente il “pizzo” per avere in cambio la “protezione” di Cosa nostra. I killer, pur vedendo che Giovanni Savoca tiene in braccio il piccolo Andrea, non si fanno scrupoli e sparano, uccidendo entrambi.

Antonio Scopelliti è sostituto procuratore generale presso la Cassazione quando viene ucciso, il 9 agosto 1991, in una frazione di Villa San Giovanni (RC) dove si trova in vacanza. Scopelliti, che nella sua carriera si è occupato dei processi più importanti della storia recente dell’Italia (primo processo Moro, il sequestro dell’Achille Lauro, l’omicidio di Rocco Chinnici, la strage di Piazza Fontana, la strage del Rapido 904 e quelli riguardanti la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo), poco prima di essere assassinato aveva chiesto le condanne definitive per Pippo Calò e Guido Cercola come responsabili della bomba fatta esplodere sul Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro, causando la morte di 17 persone e 200 feriti. Ma il presidente della prima sezione penale della Cassazione, Corrado carnevale, aveva rigettato le richieste di Scopelliti, rinviando ad un nuovo giudizio in Appello. Quando viene assassinato, Scopelliti sta lavorando per rigettare i ricorsi presentati dalle difese dei boss di Cosa nostra condannati al maxiprocesso. Nonostante le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, i processi contro Totò Riina e Bernardo Provenzano non hanno portato a nulla. Successivamente, un atro pentito ha indicato in Cosa nostra il mandante dell’omicidio e in due calabresi gli esecutori dell’omicidio, e sulla base di queste dichiarazioni sono state riaperte le indagini.

Libero Grassi è un imprenditore palermitano che non solo si rifiuta di pagare il “pizzo” ai mafiosi, ma denuncia la situazione con interviste a giornali e tv, lamentando l’isolamento che per questa sua battaglia subisce dagli altri imprenditori e, più in generale, dalla società civile palermitana. Il 29 agosto 1991, Libero Grassi viene assassinato mentre si sta recando nella sua azienda, in uno dei quartieri più eleganti di Palermo. Per il suo omicidio sono stati condannati, nel 1997, Marco Favaloro, il sicario che gli ha sparato, e nel 2004 i mandanti, tra i quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri.

Serafino Ogliastro, ex poliziotto diventato venditore di auto, scompare nel nulla il 12 ottobre ‘91. Il corpo dell’uomo non è mai stato trovato, solo l’auto della vittima venne fatta scoprire dopo oltre un anno dalla scomparsa tramite la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”. Secondo le dichiarazioni del killer “pentito”, Salvatore Grigoli, Ogliastro è stato interrogato e torturato. Successivamente, è stato strangolato e il suo corpo caricato in un’automobile per occultarlo in un luogo rimasto sconosciuto. Nel 2002 Grigoli, coinvolto in dieci omicidi, viene condannato a 15 anni di detenzione.

Vincenzo Giordano è un benzinaio di Marina di Caronia (ME) che nota un piccolo gruppo di spacciatori che staziona in più occasioni vicino al suo distributore. Decide quindi di segnalare la cosa alla polizia e alcuni ragazzi vengono fermati. L’8 novembre ’91, Vincenzo Giordano viene ucciso con quattro colpi di lupara. Per la ricostruzione dell’omicidio, fondamentale è la testimonianza della sorella di Vincenzo.

 

1992

Salvatore Mineo è un commerciante di Bagheria ucciso perché si rifiuta di pagare il “pizzo”. Per l’omicidio vengono arrestati dodici mafiosi.

Giuliano Guazzelli è un toscano, maresciallo dei carabinieri, in Sicilia dal 1954. A Palermo lavora al fianco del colonnello Giuseppe Russo, indagando sul clan dei Corleonesi. Successivamente viene trasferito ad Agrigento dove diventa un esperto del fenomeno mafioso e dei rapporti mafia, politica e affari. In particolare, si occupa della cosiddetta “Stidda”, organizzazione mafiosa parallela e talvolta in competizione con Cosa Nostra nell’agrigentino. Viene assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Porto Empedocle: gli assassini lo sorpassano con un Fiorino Fiat sul viadotto Morandi, spalancano il portellone posteriore e lo uccidono a colpi di mitra e fucili a pompa. Guazzelli sarebbe dovuto essere già in pensione, ma aveva deciso di restare in servizio, nonostante avesse subito numerosi intimidazioni e fosse già riuscito a sfuggire ad un altro agguato. Per il suo assassinio, inizialmente sono sospettati dei killer della “Stidda”, poi i responsabili sono stati individuati e condannati all’ergastolo sei mafiosi di Cosa nostra

Giovanni Falcone è considerato il più brillante dei giovani magistrati che Chinnici chiama a far parte del poll antimafia della Procura di Palermo. Ed è infatti Falcone che introduce nuovi metodi nelle indagini su Cosa nostra e che allarga lo sguardo ben oltre la Sicilia, capendo che le attività della mafia hanno un respiro internazionale, con strettissimi legami con le “famiglie” degli Stati Uniti. Ed è con l’FBI che Falcone collabora, arrivando a scoprire i traffici di droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti, smantellando la cosiddetta “Pizza connection”. La svolta decisiva si ha quando un esponente di primo piano della mafia perdente nella guerra scatenata dai “corleonesi”, Tommaso Buscetta, a cui erano stati uccisi i figli e tantissimi altri parenti, decide di collaborare con la giustizia italiana e chiede di parlare a Falcone. Le rivelazioni di Buscetta, come quelle di un altro “pentito”, Totuccio Contorno, consentono a Falcone di avere un quadro completo della struttura e delle attività di Cosa nostra, di cui prima si sapeva poco o niente, a cominciare dal nome con cui i mafiosi chiamano la loro organizzazione.
Falcone e gli altri magistrati del pool cercano riscontri alle dichiarazioni dei “pentiti”, e alla fine spiccano circa di 500 ordini di cattura. Nell’estate dell’85, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per ragioni di sicurezza, vengono trasferiti insieme alle famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara e lì scrivono le 8.000 pagine dell’ordinanza che sarà alla base del Maxiprocesso. Il processo, che non aveva precedenti per complessità e numero di imputati, dura due anni scarsi e si conclude con 342 condanne, di cui 19 all’ergastolo.
Dopo questo enorme successo, per Falcone inizia un periodo difficilissimo. Nella casa dell’Addaura, alle porte di Palermo, dove sta trascorrendo le vacanze, il 20 giugno 1989 vengono trovati chili di tritolo. Poi cominciano a circolare lettere anonime che cercano di diffamarlo. Infine, il Csm, chiamato a sostituire il Procuratore capo di Palermo, Antonio Caponetto, il successore di Chinnici che ha sviluppato il poll antimafia, preferisce a falcone un anziano magistrato, Antonino Meli, che non si è mai occupato di mafia e che di fatto smantella il pool.
A togliere Falcone dall’isolamento in cui si è trovato all’interno dello stesso Palazzo di Giustizia di Palermo è il ministro della Giustizia Claudio Martelli, che lo chiama a Roma a dirigere l’ufficio Affari Penali del ministero. Lì Falcone lavora per la costituzione di una superprocura nazionale che coordini tutte le indagini riguardanti la mafia e si impegna per il raggiungimento di accordi internazionali che mirino al coordinamento di tutte le polizie nelle indagini sulla criminalità organizzata. Sempre in quei mesi, d’intesa con Martelli, Falcone interviene con una circolare sulla Cassazione per impedire che i processi di mafia vengano esaminati solo dalla sezione presieduta da Corrado Carnevale, che annulla troppi processi che vedono i boss di Cosa nostra condannati.

Il 23 maggio 1992, Falcone insieme alla moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, torna a Palermo per il fine settimana. Lungo l’autostrada che porta in città, all’altezza di Capaci, un’esplosione tremenda apre una voragine nell’asfalto e uccide Falcone, la moglie e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
La strage suscita un’enorme impressione in Italia. Il Parlamento, che da giorni è bloccato nel vano tentativo di nominare il nuovo presidente della Repubblica, rompe ogni indugio ed elegge Oscar Luigi Scalfaro.
Cosa nostra con la strage di Capaci reagisce così alla sentenza della Cassazione, con le nuove modalità decise dal ministero della Giustizia, che conferma tutte le condanne del Maxiprocesso. È l’inizio della strategia stragista con cui i boss della mafia sperano di piegare lo Stato ed evitare di finire in prigione a vita. Ai funerali di Falcone e delle altre vittime della strage, nella chiesa di San Domenico a Palermo, la tensione è altissima. Grida e insulti contro le autorità presenti si levano da una folla immensa. Anche il presidente Scalfaro viene aggredito, difeso a fatica dal giudice Giuseppe Ayala, che aveva sostenuto la pubblica accusa al Maxiprocesso, e dal capo della polizia Vincenzo Parisi.

Paolo Borsellino è amico d’infanzia di Giovanni Falcone e anche lui diventa magistrato e viene scelto da Chinnici per far parte del pool antimafia della Procura di Palermo. E’ un profondo conoscitore della mafia e viene considerato una sorta di archivio umano: a lui si rivolgono i colleghi per avere informazioni su questo o quel boss, ed è lui che riesce immediatamente a collegare fra loro personaggi e fatti. Borsellino collabora strettamente con Falcone nella preparazione del Maxiprocesso. Chiede poi e ottiene di essere trasferito a Marsala, e viene nominato procuratore capo. Quando il Csm preferisce Antonino Meli a Falcone per guidare la Procura di Palermo, Borsellino insorge pubblicamente, esponendosi al pericolo di provvedimenti disciplinari, stigmatizzando la scelta e avvertendo che così si rischia di vanificare i progressi fatti nella lotta a Cosa nostra. Chiede quindi di tornare a Palermo come procuratore aggiunto. Dopo la strage di Capaci, Borsellino rifiuta la proposta di nominarlo alla guida della Superprocura, incarico che sarebbe stato di Falcone se non fosse stato assassinato. Borsellino preferisce restare in Sicilia e continuare a indagare sulla mafia e sulla morte dell’amico, pur avendo chiaro di essere lui il possibile prossimo bersaglio dei sicari mafiosi.
Il 19 luglio 1992, neanche due mesi dopo Capaci, Borsellino va a trovare la madre, in Via D’Amelio. Non fa in tempo a suonare il citofono che un’autobomba parcheggiata accanto al portone esplode uccidendo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Rita Atria è figlia di un pastore mafioso ucciso quando lei aveva undici anni. La bambina si lega maggiormente al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello. Nicola è mafioso come il padre e negli anni confida alla sorella molti segreti sugli affari e le dinamiche della mafia del loro paese, Partanna, in provincia di Trapani. Nel giugno 1991, anche Nicola viene ucciso e sua moglie, presente all’omicidio, denuncia i due assassini e collabora con la polizia. Rita Atria, che ha 17 anni, nel novembre 1991 decide di seguire le orme della cognata. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni è Paolo Borsellino, che in quel periodo è procuratore di Marsala. Rita si lega al giudice come a un secondo padre. Grazie ai segreti svelati da Rita, vengono arrestati numerosi mafiosi di Partanna, di Sciacca e di Marsala, e si avvia un’indagine sul deputato Dc Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco di Partanna. Il 26 luglio ’92, una settimana dopo la strage di via d’Amelio, Rita Atria si uccide a Roma, dove viveva in segreto, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo. La madre di Rita, che aveva ripudiato la figlia perché aveva rivelato i segreti di Cosa nostra, arriva a distruggere a martellate la lapide della ragazza.

Giovanni Lizzio è ispettore capo della Squadra mobile della questura di Catania, responsabile della sezione anti-racket. Lo ammazzano a 47 anni, la sera del 27 luglio 1992, mentre con la sua automobile è fermo a un semaforo. Viene ucciso pochi giorni dopo aver condotto un’operazione che aveva consentito la cattura di 14 uomini del clan Cappello. I commercianti catanesi che pagano il pizzo all’epoca sono stimati il 90% del totale, che rende l’idea dell’importanza di questa “voce” per le finanze mafiose e di quanto potesse dare fastidio l’attivismo di Lizzio.

Paolo Ficalora è un ex capitano di lungo corso e gestisce un residence a Castellammare del Gofo, dove viene ucciso dalla mafia il 28 settembre 1992. Per lungo tempo la morte del capitano Ficalora rimane senza colpevoli e movente, lasciando spazio a supposizioni e illazioni. A raccontare i veri motivi dell’omicidio è l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, una volta diventato collaboratore di giustizia. Si viene così a scoprire che Ficalora viene ucciso per avere ospitato nel residence il “superpentito” Totuccio Contorno durante il suo rientro in Sicilia. Ficalora solo in un secondo momento aveva compreso chi fosse realmente questo ospite del suo residence.
Ficalora venne assassinato, con diversi colpi di arma da fuoco, proprio davanti a quel residence, dal mafioso Gioacchino Calabrò. Nel 2002, la vedova Ficalora, che per anni si è battuta per ottenere giustizia, subisce un’intimidazione: su un tavolo della sua abitazione trova un mazzo di fiori e alcuni proiettili. Calabrò è stato condannato all’ergastolo.

Pasquale Di Lorenzo è sovrintendente di polizia penitenziaria nel carcere di Agrigento. Viene assassinato nella sua casa di campagna, vicino Porto Empedocle, la sera del 13 ottobre 1992. Il movente dell’omicidio viene spiegato anno dopo dal collaboratore di giustizia Alfonso Falzone, autoaccusatosi del delitto, che fa anche i nomi dei mandanti e del sicario che aveva agito con lui. Falzone spiega che l’omicidio rientrava in un piano, poi non attuato, di uccidere un secondino per ogni penitenziario come ritorsione all’inasprimento delle misure carcerarie per i mafiosi.

Gaetano Giordano, commerciante di Gela, viene assassinato da sicari mafiosi il 10 Novembre 1992 Gela (CL). È un periodo molto duro per Gela, dove si susseguono incendi e sparatorie fra clan rivali per la supremazia del territorio. I commercianti, che hanno sempre pagato il “pizzo”, cominciano a reagire. Tre anni prima, precorrendo i tempi, Gaetano Giordano aveva presentato regolare denuncia per aver subito una richiesta estorsiva. I mafiosi pensano quindi di cominciare proprio da lui per lanciare un monito a tutti i commercianti. E così, senza che nulla lo faccia presagire, Gaetano Giordano viene assassinato con cinque colpi alla schiena mentre rientra a casa insieme al figlio, che resta ferito. La reazione di molti commercianti non è però quella prevista dai mafiosi e le cose cominciano a cambiare.

Giuseppe Borsellino viene assassinato il 17 dicembre 1992 a Lucca Sicula, in provincia di Agrigento. Otto mesi prima, il 21 aprile, la stessa sorte era toccata al figlio, Paolo Borsellino. Padre e figlio pagano così il rifiuto di vendere la loro azienda, del settore della movimentazione a terra, ai mafiosi che vogliono il monopolio in questa attività e non tollerano di dover fare i conti con un concorrente. Giuseppe Borsellino, prima di essere ucciso, fa in tempo a rivelare alla magistratura i nomi dei mandanti e dei sicari dell’assassinio del figlio Paolo.

 

1993

Beppe Alfano è un giornalista e vive a Barcello Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Appassionato di giornalismo e militante di destra (in gioventù nelle file di ordine Nuovo e dopo nel Msi), Alfano collabora con alcune radio e una televisione locale e diventa il corrispondente del quotidiano catanese La Sicilia. Alfano si concentra sull’attività della mafia e sui rapporti tra politica e criminalità. Scrive che il più potente boss di Catania, Nitto Santapaola, sta vivendo da latitante proprio a Barcello Pozzo di Gotto: una notizia che verrà confermata anni dopo dalle inchieste. L’ultimo fronte di investigazione condotto dal giornalista prima di essere ucciso fu l’aver delineato il sospetto della presenza di una loggia massonica composta sia da rappresentanti del potere ufficiale sia da rappresentanti della mafia.
La sera dell’8 gennaio 1993, Beppe Alfano viene ucciso mentre è in automobile lungo una strada periferica del paese. Gli sparano tre colpi di pistola: uno in bocca, uno alla tempia destra e uno al torace. Alfano muore a 48 anni.

Antonino Spartà (57 anni) e i figli Salvatore (20 anni) e Pietro Vincenzo (27 anni) sono pastori. Vengono uccisi nel loro ovile a Randazzo (Catania) il 22 gennaio del 1993. Vengono uccisi per aver detto no ai loro estorsori, denunciandoli con una lettera anonima ai carabinieri.

La strage di Via dei Georgofili. Nella notta tra il 26 e il 27 maggio 1993, una autobomba esplode in Via dei Georgofili, a Firenze, a pochi passi dalla Galleria degli Uffizi. L’esplosione provoca il ferimento di una quarantina di persone e 5 morti: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, e i loro figli Nadia (9 anni) e Caterina (50 giorni). La quinta vittima è lo studente Dario Capolicchio. Con questa bomba, la mafia fa fare un salto di qualità alla strategia stragista iniziata con l’assassinio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima, legato a Cosa nostra che gli imputa di non aver saputo bloccare il maxiprocesso, e le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, spingendosi fuori dalla Sicilia.

La strage di Via Palestro. La sera del 27 luglio 1993, due mesi dopo la strage di Firenze, un’altra autobomba viene fatta esplodere in pieno centro di Milano, in Via Palestro, di fronte alla Galleria d’arte moderna. Anche questa volta l’attentato causa cinque morti: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l’agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, un immigrato marocchino investito dall’esplosione mentre dormiva su una panchina.
La sera prima, altre due autobombe mafiose erano state fatte esplodere, questa volta a Roma, davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro. Le due esplosioni causano ventidue feriti, ma nessun morto.

Don Pino Puglisi è un parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, una zona ad alta densità mafiosa controllata dalla famiglia Graviano. Puglisi è molto attivo anche sul piano sociale, in particolare per il recupero dei giovani reclutati dalla mafia. L’opera di padre Puglisi viene considerata molto pericolosa dalla mafia, che decide di fermarlo. Il 15 settembre 1993, il giorno in cui padre Puglisi compie 56 anni, i sicari lo uccidono sotto casa con un colpo di pistola alla nuca. Salvatore Grigoli, uno dei killer, confesserà anni dopo di essere stato lui a sparare, e che prima un altro membro del commando, Gaspare Spatuzza, aveva strappato di mano il borsello al parroco, dicendogli però che quella non era una rapina. Don Puglisi aveva risposto “Me l’aspettavo”. E Grigoli racconterà che Puglisi disse quelle parole sorridendo.
Per questo omicidio sono stati condannati all’ergastolo i boss Giuseppe e Filippo Graviano come mandanti, e Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone come esecutori del delitto.
Nel 2011, padre Puglisi è elevato dalla Chiesa all’onore degli altari come martire e beato.

 

1994

Luigi Bodenza è assistenza capo della polizia penitenziaria nel carcere di Catania. La sera del 24 marzo 1994, mentre sta ritornando a casa, a Gravina di Catania, la sua automobile viene affiancata da un altro veicolo dal quale partono diversi colpi di arma da fuoco che lo uccidendo. Le indagini sono arrivate alla conclusione che il mandante dell’omicidio è il boss Giuseppe Maria Di Giacomo, che ha dato l’ordine dal carcere di Firenze. Bodenza sarebbe stato una vittima scelta a caso per mandare un messaggio a tutto il corpo di polizia penitenziario, e cioè che la mafia, nonostante i tanti arresti subiti, restava forte e capace di colpire.

Ignazio Panepinto è il titolare di un impianto di calcestruzzo e viene ucciso con tre colpi di lupara il 30 Maggio 1994 in una cava di sua proprietà vicino a Bivona (AG). Gli assassini avrebbero deciso di eliminare Panepinto nella cava per far capire la ragione di quell’esecuzione. Cosa nostra aveva messo gli occhi sull’impresa di Panepinto, che si era tenuto sempre a distanza dagli ambienti mafiosi.

Salvatore Bennici è un piccolo imprenditore edile che si rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Per questo ha già subito due attentati: un escavatore andato a fuoco e un tentato incendio a casa sua. Due killer lo uccidono la mattina del 25 giugno 1994 mentre si sta recando al lavoro insieme al figlio, Vincenzo, di 26 anni. Uno dei sicari immobilizza Vincenzo, puntandogli una pistola alla testa, costringendolo ad assistere all’esecuzione del padre con quattro colpi di pistola.

Liliana Caruso, madre di tre figli, viene uccisa a 28 anni, insieme alla madre Agata Zucchero, perché si è rifiutata di convincere il marito a non collaborare con la polizia. Riccardo Messina, il marito, aveva accusato i suoi ex compagni del clan mafioso della “Savasta”. Dopo l’uccisione delle due donne, Riccardo Messina porta a termine il suo pentimento e racconta ai magistrati tutto ciò di cui è a conoscenza. Finisce in carcere Puglisi “Savasta”, considerato il mandante dell’assassinio, da anni protagonista di una sanguinosa guerra per il predominio a Catania. Con lui finiscono in carcere la moglie, Domenica Micci, e ad altri componenti del suo clan.

Saverio Liardo viene ucciso la sera del 18 ottobre del 1994 nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. Soltanto il 14 luglio del 2010, il Tribunale di Catania stabilisce che si tratta di un omicidio di mafia. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi.

Calogero Panepinto è il fratello di Ignazio Panepinto, il piccolo imprenditore assassinato dalla mafia nella sua cava il 30 maggio del ’94. La cava è chiusa da quattro mesi quando Calogero Panepinto decide di riaprirla. Il 19 settembre, il secondo giorno di riapertura, Panepinto si reca in automobile alla cava insieme ad un operaio, Francesco Maniscalco, e al figlio, Davide, di 17 anni. Neanche il tempo di aprire le portiere che arrivano in auto tre uomini che cominciano subito a sparare con pistole e fucile. Calogero Panepinto e Francesco Maniscalco muoiono subito. Si salva Davide, anche se resta ferito gravemente.

 

1995

Domenico Buscetta, soprannominato “Domingo” perché nato a Buenos Aires, è nipote di Tommaso Buscetta, il grande accusatore della “cupola” di Cosa nostra al Maxiprocesso. La mattina del 6 marzo 1995, Domenico va in un bar di Palermo con un amico, quando si avvicina un uomo. Per Domenico è un estraneo, ma il suo amico o conosce, e così offre anche a lui un caffè. Il terzo uomo è Leoluca Bagarella, che quando più tardi viene a sapere di aver parlato col nipote di Tommaso Buscetta, ordina che Domenico venga subito ucciso per pulire la sua mano che si era “macchiata” stringendo quella di un parente di un “infame”. La sera stessa l’ordine di Bagarella viene eseguito.

Giammatteo Sole vive a Corleone, è geometra, e con la sorella Floriana frequenta una comitiva di ragazzi del paese. Floriana si innamora di un ragazzo della comitiva, Marcello Grado, che però non è un ragazzo qualsiasi, ma un nipote di Totuccio Contorno, nemico storico dei “corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Un figlio di Riina, Giovanni, viene a sapere che circolano voci secondo le quali dei mafiosi vicini a Contorno lo vogliono uccidere, per cui si rivolge allo zio, Leoluca Bagarella, un boss di primo piano. Comincia così una caccia ai nemici che potrebbero volere morto il giovane Riina. Viene ucciso un commerciante, Giuseppe Giammona, e un mese dopo la stessa sorte tocca a sua sorella, Giovanna Giammona, e al cognato Francesco Saporito. Tocca poi al “fidanzatino” di Floriana, Marcello Grado.
La sera del 22 marzo del 1995, Giammatteo Sole, di ritorno da lavoro, viene fermato da due falsi poliziotti. Uno dei due è Gaspare Spatuzza che, una volta diventato collaboratore di giustizia, racconta che tra i sospettati di congiurare per la morte di Giovanni Riina c’era anche la famiglia di Marcello Grado. Giammatteo Sole, racconta Spatuzza, viene catturato per scoprire se conosce dei particolari, ma lui non sa nulla perché è solo il fratello di Floriana. Il giovane geometra, dopo essere torturato, viene ucciso bruciato vivo in una macchina rubata alla periferia di Carini.

Giovanni Carbone è un manovale di 28 anni di Alessandria della Rocca, in provincia di Agrigento. Il 20 aprile 1995 viene assassinato perché per caso assiste ad un omicidio nella strada in cui abita. I killer, che hanno agito a viso scoperto, accortisi della sua presenza, non esitano a eliminarlo.

Giuseppe Cilia, operaio di 26 anni, viene ferito a morte il 14 settembre del 1995 a Comiso (Ragusa). Si trova in un deposito di mobili quando irrompe un commando di sicari che ha come obiettivo il proprietario del mobilificio, Giulio Ricca, con alcuni precedenti penali, che rimase ferito assieme a sua figlia Rita e al rivenditore Raffaele Tochio.

Pierantonio Sandri scompare da Niscemi il 3 settembre 1995. Il suo corpo viene ritrovato solo il 22 settembre di 14 anni dopo grazie alla confessione di Giuliano Chiavetta, ex alunno della madre di Pierantonio. Chiavetta, diventato collaboratore di giustizia, si autoaccusa dell’omicidio e indica il luogo trovare il corpo, poi identificato grazie al test del DNA.
Stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Pierantonio Sandri viene ucciso perché aveva assistito all’incendio di un’auto a scopo intimidatorio da parte di un gruppo di giovani mafiosi, tra i quali lo stesso Chiavetta. Sandri viene colpito alla testa, strangolato e sepolto nel bosco di Niscemi.

Serafino Famà, avvocato penalista di Catania, viene ucciso il 9 novembre 1995. Per anni le indagini non portano a nulla, finché il boss Alfio Giuffrida decide di diventare collaboratore di giustizia e spiega che l’avvocato è stato ucciso su ordine di un altro boss, Giuseppe Di Giacomo, il quale voleva così punire Famà per aver impedito alla moglie di un imputato suo cliente di fare una falsa testimonianza che avrebbe evitato al boss il carcere.

Giuseppe Montalto è un agente penitenziario all’Ucciardone, il carcere di Palermo. Lavora nella sezione di massima sorveglianza, destinata ai mafiosi condannati al 41/bis. È lui che scopre e denuncia il tentativo del boss palermitano Raffaele Ganci di passare una lettera al catanese Nitto Santapaola. Montalto viene ucciso il 23 dicembre 1995 mentre è in auto con la moglie Liliana, incinta, e la primogenita di 10 mesi, Federica.
Le indagini hanno poi accertato che l’ordine di uccidere Montalto è partito dall’Ucciardone e che a questo fine si tengono diversi summit a Salemi, nel trapanese, a cui partecipa anche Matteo Messina Denaro. Al termine del processo vengono condannati i boss Messina Denaro, Vincenzo Virga e Nicolò Di Trapani. Condannato anche l’esecutore materiale dell’omicidio, Vito Mazzara, un uomo di Cosa nostra ma anche un campione italiano di tiro a volo.

 

1996

Giuseppe Di Matteo è un bambino di 12 anni che viene rapito il 23 novembre 1993 e tenuto in ostaggio fino all’11 Gennaio 1996, quando viene strangolato e sciolto nell’acido. Il piccolo è la vittima di una vendetta trasversale perché figlio di Santino Di Matteo, un mafioso diventato collaboratore di giustizia.
L’ordine di rapirlo è di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Secondo le deposizioni di Gaspare Spatuzza, i sequestratori si travestono da poliziotti per ingannare il bambino, che ha creduto di poter rivedere il padre in quel periodo sotto protezione lontano dalla Sicilia. Il primo dicembre 1993, vengono recapitate due foto del bambino e un biglietto ai Di Matteo con l’esplicito invito a Santino di ritrattare tutto ciò che aveva confessato sulla strage di Capaci e sull’uccisione dell’esattore Ignazio Salvo. Il pentito non si piega al ricatto e decide di proseguire la collaborazione con la giustizia. Brusca ordina così l’uccisione del ragazzo, dopo 779 giorni di prigionia. Per l’omicidio del piccolo Giuseppe, oltre che Giovanni Brusca, vengono condannati all’ergastolo tra gli altri i boss Leoluca Bagarella e Gaspare Spatuzza.

 

1997

Giuseppe La Franca è un ex bancario in pensione che viene ammazzato il 4 gennaio ’96 a Partinico, in provincia di Palermo, perché si rifiuta di vendere ai fratelli Vitale dei terreni di sua proprietà. La verità sulla sua morte si scopre anni dopo, grazie alle dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giusy Vitale: il mandante dell’omicidio è stato il fratello della donna, Leonardo.

Gaspare Stellino è proprietario di una torrefazione di Alcamo, e nel 1996 viene convocato dai magistrati dopo un’inchiesta sul racket delle estorsioni nel suo paese e gli viene chiesto di confermare le accuse e le prove raccolte con intercettazioni ambientali contro i boss.

L’imprenditore, atterrito dall’eventualità di confermare al processo le accuse contro i mafiosi, per paura delle possibili ritorsioni contro la sua famiglia, non regge la tensione e si suicida nella sua casa di campagna il 12 settembre 1997.

 

1998

Domenico Geraci nel 1994 diventa consigliere del Partito Popolare Italiano alla Provincia di Palermo. Successivamente decide di lasciare quel seggio per candidarsi a sindaco di Caccamo. Subisce diversi atti intimidatori, come l’auto incendiata. Dopo due mesi dalla designazione Domenico Geraci viene ucciso a fucilate da quattro killer davanti a casa, sotto gli occhi di suo figlio. Geraci aveva denunciato le infiltrazioni mafiose nel comune di Caccamo, considerata la roccaforte di Bernardo Provenzano, potentissimo boss mafioso, secondo solo a Totò Riina.

 

1999

Salvatore Ottone e Rosario Salerno il primo gennaio del ’99 sono nel bar di un distributore di benzina di Vittoria, in provincia di Ragusa, quando entrano alcuni uomini che sparano all’impazzata. I killer sono lì per uccidere gli ‘”stiddari” Angelo Mirabella. Ottone e Salerno restano uccisi solo perché dentro quel bar. Si salva unicamente il barista, che riesce a nascondersi dietro il bancone. Dopo 14 anni di indagini, nel gennaio 2013 viene accertata la verità sulla strage: a ordinarla sono stati uomini di Cosa nostra di Gela, rivali della “Stidda” vittoriese, per estendere il loro predominio anche nella provincia di Ragusa.

Stefano Pompeo è un ragazzino, di 12 anni non ancora compiuti, di Favara, in provincia di Agrigento. La sera del 22 aprile ’99 accompagna il padre nella campagna di Antonio Cusumano, capo di una delle due cosche del paese da tempo in guerra fra loro, per partecipare ad una cena con diverse altre persone. Ad un certo punto finisce il pane e Stefano chiede di accompagnare uno dei commensali, Vincenzo Quaranta, ad andare a comprarlo con il fuoristrada di Cusumano. Dopo un breve tratto di strada, il veicolo viene colpito da tre fucilate, una delle quali raggiunge e uccide Stefano. Un anno dopo, l’operazione Fratellanza sbaraglia entrambe le fazioni mafiose di Favara. Solo dieci anni dopo il delitto, però, vengono individuati, grazie ad alcuni collaboratori di giustizia, i mandanti e gli esecutori dell’agguato costato la vita al piccolo Stefano.

Salvatore Antonio Sultano è un giovane operaio di Gela. Il 21 luglio del 1999 è dal barbiere dove viene ucciso da dei sicari. Muore anche Emanuele Trubia, il vero obiettivo dell’agguato. Le indagini appurano che tra Sultano è del tutto estraneo alle cosche mafiose di Gela.

Vincenzo Vaccaro Notte è il titolare, insieme al fratello, di un’impresa di pompe funebri a sant’Angelo Muxaro, in provincia di Agrigento. La loro ditta fa concorrenza ad un’altra impresa, della famiglia mafiosa Fragapane. I due fratelli si rifiutano di accettare un accordo con i rivali e per questo Vincenzo viene assassinato il 3 novembre 1999. Nel 2010 la Corte d’Assise di Agrigento ha condannato i mandanti degli omicidi, tra cui i fratelli Fragapane.

 

2003

Michele Amico è il titolare di una cartoleria-tabaccheria di Caltanissetta che si rifiuta di pagare il pizzo. Viene ucciso da due sicari il 23 ottobre del 2003 nei pressi della casa di campagna dei genitori. Secondo gli inquirenti, l’omicidio doveva servire da monito anche per altre vittime del racket che si rifiutavano di pagare il pizzo.

 

2010

Enzo Fragalà è un avvocato penalista di Palermo e un esponente politico. Dal 1994 al 2006 è deputato di Alleanza Nazionale, ricoprendo diversi incarichi parlamentari. La sera del 23 febbraio 2010 viene aggredito all’uscita dall’edificio in cui ha il suo studio, di fronte al Palazzo di Giustizia di Palermo. Il sicario lo uccide colpendolo più volte con un grosso bastone. Le indagini sul suo assassinio sono lunghe e si fanno parecchie ipotesi molto diverse tra loro. Se il movente del delitto non è chiaro, gli inquirenti non hanno dubbi sulla matrice mafiosa, individuando come mandanti le “famiglie” di Porta Nuova e di Borgo Vecchio.

 

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