Beni confiscati: relazione Antimafia, norme inefficaci e criticità nella gestione

}17 Febbraio 2021

“Le testimonianze raccolte, i dati analizzati, gli approfondimenti svolti da questa Commissione non lasciano dubbi: la disciplina sul sequestro e la confisca dei beni alle mafie pretende, subito, un investimento di volontà politica e di determinazione istituzionale che fino ad ora non
c’e’ stato. La sensazione è che la norma, nella sua limpida astrattezza, abbia rappresentato l’alibi per troppi: siccome questo dice (o tace) la legge, dunque solo questo e’ ciò che ci compete fare! Ed anche quando il buon senso suggerirebbe altro, la norma e’ li’ , implacabile, come una magnifica foglia di fico dietro la quale nascondere rassegnazioni, inerzie, formalismi e sciatterie. Il destino dell’Agenzia va ripensato. In punta di fatto, non solo di diritto”. Queste le conclusioni della relazione dell’Antimafia siciliana (191 pagine) sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità mafiosa, presentata in videoconferenza. Otto mesi di indagine, 51 sedute parlamentari e 71 audizioni. Per l’Antimafia “attendere concorsi che non si svolgono per completare la pianta organica  richiama precise responsabilità di governo (di tutti i governi!)”. “La commissione chiede “un check approfondito della situazione, ovvero i limiti della legge, i difetti di interpretazione, le fragilità organizzative, la povertà di strumenti, l’inadeguatezza di organici, la preparazione sommaria di molti stakeholders, l’assenza di censimenti aggiornati, la mancanza di risorse economiche ed umane, la scarsa capacita’ di iniziativa degli enti locali, la farraginosità di talune procedure, la mancata applicazione di altre, fino ai rischi – concreti, concretissimi – di nuove aggressioni mafiose”.

“Sulla gestione dei beni confiscati alle mafie serve un’azione a tutto campo che veda protagonisti le associazioni antimafia, le istituzioni, gli enti locali, i sindacati e le banche: solo mettendo attorno allo stesso tavolo tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nella fruizione e nell’uso dei patrimoni sottratti ai clan si possono scongiurare i rischi di un cattivo utilizzo e, soprattutto, si puo’ evitare che surrettiziamente, come diverse indagini dimostrano, le cosche ne riprendano il controllo”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone e presidente della Fondazione che del magistrato porta il nome, a proposito della relazione conclusiva dell’indagine sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità mafiosa della commissione Antimafia regionale. La Fondazione Falcone è anche tra i firmatari della lettera indirizzata al Prefetto di Palermo in cui si sollecita l’avvio di un confronto tra i soggetti coinvolti nella gestione dei patrimoni mafiosi. “Serve avere- ha aggiunto Maria Falcone – una sorta di mappa dei patrimoni confiscati, del loro stato di salute, delle criticita’ che inevitabilmente vivono le aziende che si ritrovano a operare con le regole del mercato legale e della libera concorrenza dopo anni di monopolio assicurato dalla protezione mafiosa e dall’assenza di una dialettica interna con i lavoratori”. “E’ fondamentale, – conclude – proprio per sostenere queste aziende ed evitarne la morte, con tutte le conseguenze che ne derivano a danno dei lavoratori e del consenso sociale, un confronto costante con le banche e con i sindacati”.

 

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